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D'Alema a Beirut

BEIRUT - La prova della verità è nei prossimi dieci giorni. Bisogna applicare la risoluzione dell'Onu ed è il momento per ognuno di fare la sua parte fino in fondo, anche per l'esercito libanese che dovrà farsi trovare pronto. L'Italia lo è e risponde in maniera positiva all'appello delle Nazioni Unite per una partecipazione alla forza di pace nel Libano del sud. Nelle prossime due settimane i soldati italiani potranno arrivare in Libano, quando l'Onu lo deciderà.
Massimo D'Alema arriva a Beirut nel primo giorno di tregua, un giorno di speranza che deve sfociare in un cessate il fuoco e poi, dice, in una pace vera e duratura per tutta la regione.
È una Beirut prostrata quella che trova il titolare della Farnesina che come prima tappa della sua visita va a «constatare « le «distruzioni della guerra» nella parte meridionale della città, quella più bombardata in queste ultime settimane.
«Questa guerra è stata una tragedia, per tanti civili e anche una tragedia politica. Adesso speriamo di uscire rapidamente dal cerchio di esasperazione e di odio per arrivare ad una vera pace».
Le immagini del sud di Beirut, «immagini di distruzione veramente impressionante», devono spingerci a «moltiplicare il nostro impegno», afferma il titolare della Farnesina.
L'impegno deve essere umanitario - e l'Italia conferma di essere in prima fila con l'invio, sabato, di una nave di nuovi aiuti - e politico. In questo senso bisogna applicare la risoluzione delle Nazioni Unite e i prossimi dieci giorni saranno decisivi. L'Italia conferma che vuole partecipare alla forza di pace delle Nazioni Unite, ma D'Alema ricorda che si tratta di una missione nell'ambito Onu, che le Nazioni Unite dovranno decidere il mandato e i tempi della forza di 15 mila uomini che dovrà essere schierata al fianco dell'esercito libanese. Per quanto riguarda l'Italia, il titolare della Farnesina sottolinea che oltre alle decisioni dell'Onu, bisognerà comunque aspettare il Consiglio dei Ministri del 18 agosto e il necessario passaggio parlamentare.
Alle massime autorità libanesi da lui incontrate (tra gli altri il premier Siniora e il presidente del Parlamento Berri) D'Alema sottolinea che è il momento delle responsabilità e che «ognuno deve fare la sua parte». «Bisogna che anche l'esercito libanese sia pronto» nel momento in cui l'Onu darà inizio alla missione e il Libano deve quindi muoversi «immediatamente».
L'impressione che il capo della diplomazia italiana raccoglie a Beirut è sostanzialmente positiva. D'Alema riferisce che le autorità libanesi gli hanno assicurato la loro volontà di rispettare la risoluzione 1701 delle Nazioni Unite e che Beirut intende muoversi «affinchè al più presto le forze armate libanesi possano muovere verso il sud del paese».
D'Alema insiste sulla necessità di essere veloci. D'altra parte, molte sono le variabili in questa delicata situazione e, mentre l'Onu deciderà il mandato e l'invio della forza, le forze israeliane e Hezbollah rimarranno bloccate in una sorta di stallo precario con una cessazione delle ostilità molto fragile.
L'Italia, con la visita di D'Alema oggi a Beirut (in serata è giunto a Il Cairo dove domani incontrerà Mubarak) conferma il suo ruolo significativo nella costruzione di una tela di dialogo fra la comunità internazionale e le parti in causa. Al punto che Berri, si è appreso oggi, nelle settimane scorse aveva pensato all'Italia come possibile mediatore per uno scambio di prigionieri fra Israele ed Hezbollah.
Nei giorni della conferenza di Roma sul Libano, il presidente del Parlamento libanese ne aveva parlato con D'Alema. Oggi, però, ha detto al ministro degli Esteri italiano che non si occupa più di questa questione e che quindi l'idea «non è più attuale».
«In realtà non c'è una mediazione italiana», ha spiegato D'Alema, ricordando appunto che tutto era nato da un'idea di Berri. Ma le indiscrezioni su questa vicenda sono state oggi forti a Beirut a confermare che la questione dei prigionieri rimane uno dei nodi importanti da sciogliere velocemente nelle prossime settimane.
D'Alema riparte da Beirut con i pubblici riconoscimenti delle autorità libanesi per il ruolo svolto dall'Italia. Ma anche, come confessa egli stesso, con le «immagini della tragedia della guerra». «Vederne gli effetti dal vivo è diverso dal vederli in tv», spiega dopo aver passeggiato tra le macerie di Beirut sud.
«Tragedie di questo tipo - afferma D'Alema - non devono più ripetersi in questa regione che ha sofferto così tanto». I prossimi giorni saranno decisivi anche per capire se questo auspicio potrà diventare realtà.
Stefano Polli

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