Lunedì 17 Dicembre 2018 | 03:10

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Matarrese ha riconquistato la scena. Ora dipende da lui

Antonio Matarrese«Antonio Matarrese era il calcio, è il calcio, sarà il calcio». Più che una minaccia, è una promessa. «Non possiamo mortificare i nostri grandi club, ma neppure affogare le piccole società». Più che una promessa è una minaccia. «Ho in mente un progetto ambizioso». È una promessa. «Alcuni dei poteri forti non mi hanno votato, ma conquistarli sarà un vero piacere». È una minaccia (come quelle al commissario straordinario, Guido Rossi, e al ministro delle attività sportive, Giovanna Melandri). Ed anche una piccola bugia. Perché anche chi non lo ha votato in un modo o nell'altro lo ha appoggiato.
Ricapitoliamo: nell'assemblea di Lega che lo ha eletto, Matarrese ha ricevuto 26 preferenze su 39. Chi ha sbloccato lo stallo? Il presidente della Juventus, Giovanni Coboldi Gigli. Di chi è stato il voto decisivo? Di Urbano Cairo, presidente del Torino, ex manager di Publitalia. Che ha fatto il presidente delle Fiorentina, Diego Della Valle? Si è assentato (e si sa che chi tace acconsente). E Massimo Moratti? Ha dichiarato: «Matarrese è persona intelligente e con esperienza. Potrebbe essere l'uomo della rinascita».
Insomma, per il dirigente che sottolinea di avere «tanti amici in Parlamento» c'è un'apertura di credito trasversale e bipartisan (calcisticamente parlando). Resta il fatto che, come dice il patron dell'Inter, dipenderà da Matarrese l'essere il «vecchio che avanza o l'uomo della rinascita. Potrebbe essere assolutamente pericoloso tornare indietro anche nelle abitudini e nei comportamenti».
Il rischio di tornare all'antico, in effetti, c'è. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni del patron neroazzurro, i cosiddetti poteri forti, che tra l'altro si sfidano, verificheranno quale sarà l'impostazione del nuovo presidente della Lega. Per ora sono uniti nella contrapposizione a Guido Rossi «l'argonauta» (come l'ha definito Diego Della Valle), colui che ha avuto un rapporto conflittuale (ancorché definito cordiale) anche con Adriano Galliani (da cui si aspettava le dimissioni da presidente della vecchia Lega) e con Gianni Petrucci, presidente del Coni, il quale ha dovuto subire le decisioni del Governo e a cui non è parso vero di ritrovarsi Tonino al fianco.
In questo scenario, il presidente del Cagliari, Massimo Cellino, è rimasto con il cerino. Tanto da essere andato in confusione (forse perché si è sentito scaricato?). È partito sostenendo: «Matarrese è preistoria». Poi ha affermato che l'elezione, «arrivata per stanchezza» (ce lo vedete, per dire, uno come Berlusconi a farsi un pisolino?) è stata «il frutto di un compromesso». Infine, dopo aver dichiarato che «il calcio italiano è rimasto a 12 anni fa», si è contraddetto concludendo che «Matarrese, che è una persona perbene, lo avrei anche votato, ma in una battuta successiva, dopo cioè che fosse stato approvato un regolamento equo per tutti». Mah!
Tonino si è ripreso la scena. Questo è poco (anzi, tanto), ma sicuro. Ed è uno che non le manda a dire. Se sei in disaccordo, glielo devi dire in faccia. L'onestà intellettuale la comprende, il tradimento assolutamente no. Come tutti i componenti della famiglia. Capaci di dire «tu sei uno che farà carriera» anche a ad aspiranti giornalisti in disaccordo. Per Tonino è diverso. Lui è già un veterano. «Tanto non devo fare carriera, ci sarà da divertirsi», ha avvisato i naviganti.
Sì, ma come si divertirà? Stando a quanto espresso, così: «Questo è il momento del riscatto. La Lega deve tornare a essere il motore del calcio. Dobbiamo purificarci sapendo quali sono stati i nostri peccati. Con Matarrese si cambia, non ci sarà più la presunzione dei grandi che mangiano i piccoli». Ben detto. Questa sì che è una dichiarazione di intenti. Si può aggiungere qualcosa? Oltre a difendere i più piccoli, sarebbe il caso di lavorare per convincere chi è ostile dimostrando buon senso, di premiare chi merita, fare fuori i signorsì che finiscono per penalizzare, valorizzare chi ha idee.
Il grande progetto della Lega passa per un compromesso storico. Esattamente quello che ci vorrebbe per il nostro Paese. Del resto, Antonio Matarrese è stato un politico di lungo corso. Ed ha, in questa inaspettata fase della carriera, un'opportunità più unica che rara. Creare i presupposti per far competere le grandi aziende senza sminuire il valore e l'importanza delle piccole e medie realtà. Si riscrivano pure le regole. Ma, per prima cosa, deve passare un concetto. Ciascuno deve fare la propria parte.
La forza delle squadre italiane che concorrono con le antagoniste europee va salvaguardata. Così come è intoccabile la mutualità che permetta di tenere alto il valore dei nostri campionati. Senza sperperi, però, da parte di chi finora ha beneficiato di interventi a pioggia (magari in cambio di voti che hanno finito per mantenere uno status quo, fortunatamente sbriciolato dallo scandalo recente). Il garante di questo equilibrio può acquisire prestigio soltanto mantenendo un alto profilo.
Detto sinceramente: il nome di Antonio Matarrese sarebbe stato l'ultimo cui avremmo pensato. Ma basterebbe riportare alcune parole profferite del nuovo presidente della Lega per scommettere su di lui: «Ho sofferto in silenzio in questi anni, ho provato amarezza, nel vedere che il calcio che ho costruito con altri amici stava sprofondando. È vero, in me c'è uno spirito di rivalsa. Non sono stato trattato bene dal calcio italiano, di cui mi considero un patrimonio. Cellino ha parlato di preistoria? Si è perso per strada, ma lo recupereremo…».
Non resta che agire. Il calcio italiano (come l'Italia) ha bisogno di cervelli e di uomini veri. Se Cellino lo è, ben venga.
G. Flavio Campanella

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