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Roma - La Farnesina ROMA - Punta in alto il summit di Roma. Di fronte alla guerra che non accenna a fermarsi e anche oggi conta i suoi morti e le sue distruzioni, la diplomazia internazionale prova a giocare le sue carte con ambizione e coraggio. L'obiettivo è il cessate il fuoco: lo dicono il segretario generale dell'Onu Kofi Annan, il primo ministro libanese Fuad Siniora e, oggi, anche il presidente del Consiglio Romano Prodi.
Ma l'ottimismo della volontà di chi vuole, a tutti i costi, fermare il conflitto dovrà fare i conti con una situazione diplomatica generale che non sembra ancora matura per una soluzione veloce in questa direzione.
La distanza fra le rispettive posizione è ancora parecchia e un punto di equilibrio non è vicino.
Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, protagonista di un tour nella regione all'immediata vigilia della conferenza di Roma, oggi ha parlato della necessità di costruire un «nuovo Medio Oriente» e di un cessate il fuoco alle giuste condizioni.
L'accento va posto sulla seconda parte del concetto. Gli Stati Uniti, insieme ad Israele, ricordano che la restituzione dei due soldati catturati è una pre-condizione imprenscidibile.
La richiesta - avanzata da Onu, Libano e diversi Paesi europei - per una cessazione immediata delle ostilità ha poche speranza di fare strada se Hezbollah non accetterà questa condizione posta da Israele. Si tratta di un punto fondamentale che apparentemente rende difficile qualsiasi tipo di dialogo sul cessate il fuoco, sulla tremenda emergenza umanitaria, sul dibattito per la ricerca delle condizioni politiche per arrivare al dispiegamento di un robusta forza di interposizione sotto l'ombrello delle Nazioni Unite.
Tutti sottolineano l'urgenza di portare aiuti alla stremata popolazione palestinese e di discutere in maniera costruttiva della costituzione di una forza di interposizione anche con la possibilità di disarmare Hezbollah. Le proposte non mancano. L'ultima è quella della Rice che ipotizza due forze multinazionali, la prima composta da diecimila uomini (turchi e egiziani) per garantire la sicurezza dopo il cessate il fuoco, la seconda di trentamila soldati da schierare dopo che il governo libanese abbia ripreso il controllo della regione.
Sul mandato e la composizione della forza di pace si potrà discutere a lungo, ma il punto è che manca il primo tassello che è appunto il cessate il fuoco.
Le notizie che arrivano anche oggi dal fronte di guerra non sono confortanti. Le forze israeliane continuano a conquistare punti strategici nel sud del Libano e a bombardare Beirut, mentre gli Hezbollah continuano a martellare con i loro razzi il nord della Galilea. Apparentemente una guerra senza una facile via di uscita, anche se l'ipotesi della costruzione da parte di Israele di una nuova fascia di sicurezza nel sud del Libano (riferita dal ministro della difesa Amir Peretz) fa intravedere una concreta possibilità per lo stop alle armi. Ma prima ci sarebbero ancora lunghi giorni di guerra. La fascia sarebbe presidiata da forze israeliane fino all'arrivo della forza internazionale per il cui schieramento la Rice prevede un tempo di 60/90 giorni dal momento in cui verrà definita.
Tempi lunghi, dunque, mentre si continua a combattere. Certo nessuno si attende che la diplomazia possa fermare le armi in un giorno e, come ha osservato oggi il portavoce della Farnesina Pasquale Ferrara, il summit di Roma non può essere un punto di arrivo, ma un passaggio di un processo inevitabilmente più ampio per giungere alla stabilità e alla pace.
Stefano Polli

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