Giovedì 13 Dicembre 2018 | 09:52

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La guerra in Libano - Seconda evacuazione di italiani da Beirut sul caccia della Marina "Durand de la Penne"

BEIRUT (Libano) - Stranieri in fuga dal Libano, dove in migliaia hanno invaso oggi il porto di Beirut per mettersi in salvo sulle navi militari della flottiglia che - approfittando della temporanea sospensione nei bombardamenti israeliani - era ad attenderli, compreso il caccia "Durand de la Penne", salpato nel pomeriggio per Larnaka con a bordo 359 tra italiani e cittadini di altri 15 Paesi.
Sabato mattina è previsto l'arrivo - nel porto della capitale libanese - di due altre unità della Marina italiana: il "San Giorgio", nave da sbarco, e la fregata "Aliseo". Libano - Evacuazione italiani con la Marina militare

«All'alba, ho saputo che c'era un minibus organizzato da alcuni svedesi per raggiungere l'ambasciata d'Italia a Beirut, che cura gli interessi della Svezia, e non ci ho pensato due volte: ho preso la carrozzina e i miei due figlioletti, Yussuf e Mariam, e sono partita», racconta ancora trafelata Samia Sowwan (27 anni), una palestinese del campo profughi di Ain El-Hilweh, che alla periferia di Sidone (il porto 30 km. a sud di Beirut) è il più grande dei 12 sparsi per il Libano e viene considerato una roccaforte delle milizie integraliste.
«Ad Ain El-Hilweh, non siamo stati bombardati, ma Sidone è stata duramente colpita: ponti, stazioni di benzina, strade. Per arrivare a Beirut, ci sono volute quasi tre ore, passando per le montagne invece che lungo la costa», continua Sowwan, mentre i funzionari dell'ambasciata d'Italia a Baabda controllano il "documento di viaggio" che - come profuga palestinese - le è stato rilasciato dalle autorità libanesi.
«Nel campo, rimangono mio marito Omran, mio fratello, mia sorella e mia suocera. Ma non avevo scelta, dovevo mettere in salvo i bambini», dice Sowwan, quasi volesse scusarsi.

Tra gli stranieri in fuga assieme agli italiani, ci sono anche professionisti come Jean Paul Nissir (39 anni), che in Libano era arrivato appena due settimane fa assieme alla moglie e ai due figli per cominciare il suo lavoro come direttore commerciale del Gruppo Olivetti per il settore informatico.
«C'è molta pressione sulle ambasciate occidentali, tutti vogliono mettersi in salvo. E siccome lavoro per un'impresa italiana, l'ambasciata di Francia ha contattato quella d'Italia per vedere se poteva aiutarmi», spiega Nissir.

Alle 10.30, a bordo degli otto autobus che sin dall'alba erano incolonnati di fronte all'ambasciata, sono così saliti con 228 italiani anche 131 tra libanesi, australiani, austriaci, belgi, canadesi, francesi, tedeschi, turchi, svedesi, filippini, palestinesi, romeni, siriani, spagnoli e statunitensi.
Dall'ambasciata sulle colline a sud-est di Beirut, la corsa verso il porto prende meno di mezz'ora, ma già all'altezza del Forum, la grande area delle esposizioni che lo fiancheggia, le dimensioni della fuga degli stranieri emergono in tutta la loro drammaticità, mentre un convoglio di autobus da cui spuntano Union Jack britanniche taglia la strada a quello con le bandiere tricolore.
L'ambasciata britannica ha allestito un tendone all'esterno del porto per il controllo dei passaporti e gli addetti alla sicurezza controllano con rilevatori portatili l'eventuale presenza di esplosivo sui bus. Il convoglio dell'ambasciata d' Italia entra invece direttamente nel porto, perché i passaporti sono stati inviati alle autorità doganali libanesi man mano che i 359 in partenza sul "Durand de la Penne" venivano registrati.
Stavolta, ai moli vicini al 13 - dove il caccia al comando del capitano di vascello Guido Rando ha ormeggiato, come già tre giorni fa, quando aveva evacuato un primo gruppo di 343 tra italiani e stranieri - ci sono però altre navi da guerra: due greche, una britannica e addirittura una indiana, in attesa di migliaia di stranieri in fuga dall'inferno libanese.
«Per noi, è certo un grosso sforzo. Di fatto, raddoppiamo il numero di persone a bordo. Ma ufficiali ed equipaggio condivideranno con i nostri ospiti spazio e cibo», spiega il comandante Rando, mentre i 228 italiani e gli altri stranieri cominciano a salire sul barcarizzo.
«Nel quadrato ufficiali, abbiamo assicurato 35 posti a sedere, altri 80 nel quadrato sottufficiali e 80 nella sala ricreazione dell'equipaggio. Abbiamo anche liberato 90 brande. E per stemperare un po' il clima, abbiamo anche già preparato l'impasto per 450 pizze, con 150 chili di farina», precisa il commissario di bordo, capitano di fregata Antonio Iannucci.

Nell'estremo sud del Libano, un'altra evacuazione via mare si è invece svolta sempre oggi in circostanze decisamente più drammatiche: quella di 500 tra familiari del personale dell' Unifil (la forza Onu) e cittadini francesi rimasti intrappolati nel porto di Tiro, martellato dai bombardamenti aeronavali israeliani.
Stefano Poscia

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