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La guerra vista da Haifa

HAIFA - «Siamo in guerra, per iniziativa del terrorista del Libano meridionale. E' necessario, assolutamente necessario, che gli abitanti restino chiusi nelle case. Questi razzi sono pieni di biglie di metallo: chi fosse colpito, è spacciato». A pochi passi da una palazzina di tre piani centrata da uno dei razzi di Hassan Nasrallah, all'indomani della strage al deposito ferroviario di Haifa dove otto israeliani sono rimasti uccisi e decine di altri feriti, il sindaco Yona Yahav ha vissuto una giornata altamente drammatica.
La città è stata colpita a ripetizione, in zone diverse. Yahav è trafelato dopo essere accorso nelle zone colpite, ma ha la situazione in pugno. Al telefono mitraglia istruzioni ai funzionari del comune affinchè trovino sistemazioni adeguate per le famiglie appena rimaste senza tetto. Poi si rivolge sbrigativo ai giornalisti: «Ecco, tutto sistemato. Da un anno lavoriamo ai piani di emergenza. Ora faccio venire le squadre del municipio: fra un'ora le strade saranno di nuovo pulite». I soccorritori dicono che questa volta, a differenza di ieri, c'è stata anche una buona dose di fortuna: il razzo che nel rione Bat Galim ha colpito l'edificio era molto potente. Ma diverse famiglie erano partite nei giorni scorsi. In serata gli ospedali Rambam e Carmel di Haifa hanno detto che complessivamente negli attacchi di oggi si sono avuti due feriti gravi e una decina di feriti leggeri. Alcune persone risultano essere in stato di shock.

CENTRI COMMERCIALI APERTI - La mattinata era iniziata nella tensione, con il suono delle sirene di allarme che però non era stato seguito da alcun lancio. Nel tentativo di venire incontro alla popolazione (400 mila abitanti), il municipio aveva confermato la chiusura dei negozi ma aveva consentito la apertura parziale di grandi centri commerciali le cui strutture danno una relativa sicurezza, essendo dotati di ampi rifugi sotterranei. Timidamente, uno dopo l'altro, il Kenyon, il Kiryon, il Centro Horev e altri mastodontici complessi commerciali situati in varie zone di Haifa hanno aperto i battenti assicurando che era possibile acquistare generi alimentari e medicinali. All'interno del Kenyon c'era una atmosfera strana, un po' da Day After. Le vetrine dei negozi illuminate, e la delicata musica di sottofondo con le sue pubblicità un po' insulse esorcizzava la minaccia dei guerriglieri Hezbollah. Un'esile voce femminile, rilanciata da altoparlanti invisibili, invitava a recarsi senz'altro indugio in un negozio (peraltro chiuso) dove era possibile «acquistare la collezione degli abiti estivi al 50 per cento di sconto».
Sul Monte Carmelo, verso mezzogiorno, si notava già un certo via vai di persone. Gli abitanti davano l'impressione di essere convinti che la bufera fosse passata. Ieri un potente razzo Fajr aveva centrato il garage delle ferrovie, nemmeno tanto lontano dagli stabilimenti petrolchimici che rappresentano una minaccia costante per la città. Il ministro per l'ambiente ha assicurato che le raffinerie sono state svuotate nei limiti del possibile e ha aggiunto che anche se le istallazioni fossero centrate si svilupperebbe forse un vasto incendio, ma non ci sarebbe alcuna ecatombe.
Nella zona dei grandi alberghi i passanti ammiravano incuriositi ed un po' orgogliosi i furgoncini delle grandi reti televisive internazionali e le loro antenne paraboliche. «Perbacco sembravano dire Haifa fa parlare di sé».
Più in basso, nel rione arabo, il ristorante Abu Yussef era ancora chiuso mentre Abu Ashqar aveva appena aperto i battenti e i primi clienti si erano lanciati con appetito sui primi piatti di hummus, la pasta di ceci.
Haifa è la città dove la convivenza fra ebrei ed arabi ha ottenuto i migliori successi. Erano le tredici, ora locale, e sembrava di vivere una normale giornata di weekend. L'ideale per andare alla spiaggia.

PIOGGIA DI RAZZI - Sono stati appunto i rari bagnanti a notare per primi il pericolo incombente. «Ho visto i razzi venire da nord nella mia direzione» dice Avi Levy. Al suono delle sirene aveva bruscamente frenato ed era balzato dalla automobile. «Li ho visti tuffarsi in mare, uno dopo l'altro, a poche centinaia di metri dalla spiaggia». Alle sue spalle, una zona di condomini alti fino a dieci piani. Poteva essere una strage.
Nemmeno un'ora dopo, le sirene sono tornate ad ululare cupamente. Ormai le strade erano vuote, i passanti nelle strade molto rari. I razzi si sono conficcati in un rione alle pendici del Monte Carmelo. Un edificio pubblico è stato colpito, sul tetto. Quando i soccorritori sono sopraggiunti temevano il peggio, a giudicare dal denso fumo nero. Ma sui marciapiedi c'erano solo quattro-cinque persone in stato di shock. Altro miracolo.
Ma i guerriglieri Hezbollah avevano deciso di non lasciare respiro. Nemmeno mezz'ora dopo altri razzi Fajr hanno solcato il cielo per piombare sul rione Bat Galim. Un edificio di tre piani è stato centrato in pieno. Le radio locali hanno allora lanciato drammatici appelli alla popolazione. «Per l'amor di Dio - dicevano gli annunciatori - non giocate con la vostra vita. State in casa, guardate la televisione e se proprio dovete fare acquisti mandate un adulto da solo, e che faccia alla svelta». In serata l'aeroporto e il porto commerciale di Haifa sono stati chiusi, la linea ferroviaria resta bloccata già da ieri. Haifa, come dice il sindaco Yahav, è in guerra. E ormai la popolazione non si fa più nemmeno molte illusioni.
Aldo Baquis

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