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La guerra in Libano - Duecento italiani in attesa di fuggire da Beirut a bordo del caccia "De La Penne"

Libano - Profughi italiani ROMA - Dopo tanta paura, fiumi di polvere, fumo, strade interrotte, il rumore dei bombardamenti ancora nelle orecchie, l'impossibilità di mettersi in contatto con i familiari, si è conclusa a lieto fine questa mattina l'avventura della maggior parte degli italiani rientrati dal Libano.

Un altro gruppo di italiani è invece ancora bloccato nel Paese ripiombato nella guerra, in attesa dell'autorizzazione per l'evacuazione via mare. Gran parte dei circa 200 italiani, tra i quali numerosi donne e bambini, che avrebbero dovuto raggiungere nel pomeriggio il porto di Beirut per essere trasferiti a bordo del cacciatorpediniere "De la Penne" trascorreranno ora la notte nell'ambasciata d'Italia, dove si erano raccolti per essere evacuati.
Ieri, quasi 500 tra italiani e cittadini occidentali sorpresi in Libano dalla guerra erano stati trasferiti via terra in Siria.


Ma torniamo al gruppo giunto a Roma. Ad attendere i due voli nell'aeroporto di Fiumicino, numerosi familiari e amici che non hanno saputo trattenere le lacrime al loro arrivo. Nel primo c'erano 191 passeggeri, 134 italiani e 57 stranieri; nel secondo 162 persone, delle quali 131 straniere.
Segnati ancora dalla paura e dalla stanchezza del viaggio, i passeggeri, tutti comunque in buona salute, hanno tirato un sospiro di sollievo toccando il suolo italiano. Insieme ai familiari, c'era la task force, coordinata dal prefetto di Roma Achille Serra, composta da personale delle forze di polizia, del 118 e i volontari della Protezione civile del Comune di Roma, che hanno distribuito bevande, cibo e generi di conforto. Alcuni sono stati ospitati in alberghi, altri sono andati direttamente nelle loro città di residenza.

Momenti di paura hanno accompagnato gli italiani sgomberati, tra essi tanti bambini, nel viaggio di ritorno, che sembrava non finire mai. Dopo essere saliti a bordo di autobus, aver percorso una strada alternativa all'autostrada per Damasco che era stata bombardata, il problemi più grossi ci sono stati al confine siriano, dove, per problemi di visto, sono rimasti in attesa per sette lunghe ore.
«Eravamo molto vicini al quartiere degli Hezbollah - racconta Maurizio Brettegani, di Milano, moglie libanese, che era in visita a familiari a Beirut - quando sono iniziati i bombardamenti. Ci siamo allora trasferiti alla periferia di Beirut a casa di nostra cognata e da lì abbiamo assistito agli attacchi: eravamo a solo dieci minuti di auto dai punti sotto i bombardamenti, c'era molta tensione». E poi lo spazio alle considerazioni: «È un dolore questa guerra, il Libano stava rinascendo, aspettavano tanti turisti».
Anche Abbas Nehme, italiano di origine libanese, ha parlato di «una tensione impressionante; a parte i bombardamenti, c'è nell'aria qualcosa di grosso. La popolazione è spaventata, case e ponti che cadono, colpiti anche i bambini».
Gli fa eco Davide Verga di Como: «È un vero peccato ciò che sta accadendo in quella regione, proprio prima dell'attacco degli Hezbollah il turismo in Libano stava andando benissimo. Niente faceva presagire ciò che invece è accaduto».

Tra gli italiani rientrati c'è anche una famiglia di Ferrara. «Per noi si è trattato di un vero e proprio incubo - ha detto Alberto Rizzi - avendo parenti in Libano essendo sposato con una libanese i nostri timori continuano ad essere vivi nonostante siamo riusciti a rientrare in Italia. Con il pensiero siamo ancora lì, a Beirut, speriamo che l'escalation venga presto fermata, altrimenti la situazione potrebbe davvero aggravarsi in modo preoccupante, e non solo per la regione».

Il prefetto di Roma Achille Serra, che ha seguito personalmente tutte le operazioni, ha espresso soddisfazione per la positiva risposta della macchina organizzativa.

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