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Zizou, un cartellino rosso al migliore del Mondiale

Zidane esce dal MondialeBERLINO - Un addio lirico, da «Forza del destino», quello di Zinedine Zidane, con uno di quei gesti che faceva tanti anni fa il ragazzino Zizou, sull'asfalto della banlieue di Marsiglia: il campione sublime che aveva scherzato come il gatto col topo con Ronaldinho e compagni, ha deciso di andarsene dal calcio tornando direttamente alla casella di partenza. Quel gusto della reazione, della rissa, del gestaccio, Zizou non l'aveva mai perso nella sua straordinaria carriera, ma solo represso. In due Mondiali e in una Champions gli è tornato prepotentemente su dalle viscere: ha fatto gli occhi da tigre e ha colpito improvvisamente, imprevedibilmente. Ma il gesto, censurato dal mondo intero, non gli ha impedito di vincere un altro pallone d'oro, quello di miglior giocatore del mondiale Fifa.
Taciturno, riservato, mite, sorridente, tutto campo di allenamento e famiglia: a 34 anni Zidane ha deciso di mettere termine a una carriera stellare, in cui ha vinto tutto con la sua nazionale, con la Juventus e con il Real Madrid. Lui, un numero 10 che nei momenti decisivi c'è sempre stato, che segnò due gol di testa nella finale contro il Brasile di Francia 98, un gol da antologia per regalare la finale di Champions al Real, e che innumerevoli volte ha preso per mano la Juventus con modestia e infinita destrezza tecnica. Eppure, questo percorso straordinario è stato macchiato di rosso così, all'improvviso, senza che nessuno potesse vedere i segnali premonitori di un comportamento fuori controllo. Ai Mondiali di Francia, rischiò brutto per aver camminato con i tacchetti su un difensore dell'Arabia Saudita che lo aveva martellato, impotente, per tutta la partita e si beccò non soltanto due giornate ma una salva di critiche per la sua immaturità che metteva a rischio il cammino della Francia. Poi tornò e vinse la finale.
In Champions con i bianconeri si era nell'ottobre 2000 quando - durante uno Juventus-Amburgo - affibbiò una testata a Jochen Kienz, che probabilmente l'aveva provocato. Cinque giornate e la Juve pagò caro il comportamento del suo numero 10. Infine, l'ancora inspiegabile gesto di ieri, arrivato nel secondo tempo supplementare di una finale mondiale che lo stesso Zizou aveva scelto come partita di addio. Era stato lui a convocare il pianeta degli appassionati di calcio, degli innamorati del suo modo di infiorettare dribbling e passaggi per un commiato unico nel suo genere che aveva a tutti i costi voluto raggiungere. La sua Francia andava maluccio, e parecchio, tanto che in patria era stata addirittura linciata dai giornali dopo le prime tre partite contro Svizzera, Corea del Sud e Togo. Riprendendosi all'improvviso con una bella prova contro la Spagna, poi con una lezione di calcio ai brasiliani, Zidane e compagni erano tornati prepotentemente tra i favoriti per la finale e Zizou aveva ritrovato un sorriso che da tempo non gli si vedeva stampato sulla faccia. Dopo la vittoria sugli spagnoli era uscito dal campo abbracciato al suo amico Fabien Barthez e i due ridevano come ai bei tempi, Zizou protettivo e ammiccante, Fabien guascone ed esibizionista.
Qualcosa, però, in Zidane non andava. Un ostinato silenzio stampa - ha parlato con i giornalisti soltanto dopo Francia-Svizzera - è stato spiegato con il rifiuto di tornare a incontrare chi aveva criticato a suo dire ingiustamente i Bleu e lui in particolare. Una foto impietosamente messa in gran risalto da un giornale britannico nei giorni scorsi, l'aveva ritratto solitario, nel ritiro, mentre fumava una sigaretta prima della semifinale contro il Portogallo.
Una moglie amatissima e tre figli, una carriera luminosa, la soddisfazione di aver sempre scelto dove andare a giocare e a quali condizioni: tutto questo, insieme all'ultima ondata di gloria che lo aveva sommerso dopo le «veroniche» ai brasiliani, non è bastato a Zizou. O forse, proprio tutto questo gli ha fatto capire che al calcio di massimo livello, al gioco che gli ha dato fama e denaro, non si può rinunciare a cuor leggero. E, per dispetto a se stesso e al mondo, con la spalla dolente e i rigori da tirare a Buffon ormai imminenti, ha fatto la cosa più imprevedibile, quella che gli veniva spontanea da ragazzino quando lo provocavano. Una testata, anzi no, non proprio perchè altrimenti avrebbe fatto altri danni: la testa, quella che in un'altra finale girò due volte il pallone in rete, l'ha lanciata contro il petto dell'avversario davanti agli occhi di tutti, dell'Olympiastadion di Berlino e di due miliardi di telespettatori allibiti.
Tullio Giannotti

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