Giovedì 13 Dicembre 2018 | 12:09

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Caso Abu Omar, il rapimento dell'imam e le indagini

ROMA - La vicenda che ha portato agli arresti di oggi inizia il 17 febbraio 2003 quando, in pieno giorno, Hassan Mostafa Osama Nasr, egiziano, classe 1963, viene caricato su un furgone bianco e sequestrato in via Conte Verde a Milano. Osama Nasr, detto Abu Omar, ex imam della moschea milanese di via Quaranta e del centro di cultura islamica di viale Jenner, conduceva la preghiera in moschea, ma già da oltre un anno era sotto indagine, dall'11 febbraio 2002, perchè sospettato di aver legami con organizzazioni islamiche estremiste. Nei suoi confronti era contestato il reato di associazione a delinquere finalizzata al terrorismo internazionale.

Nel giugno del 2002 gli investigatori intercettano una telefonata tra Abu Omar e un uomo che chiama dalla Germania. Nella conversazione parlano di «progetto» per creare uno «Stato islamico nel nome di Dio», secondo un programma messo a punto dal vicino dell'emiro Abdullah, un nome attribuito in passato ad Osama Bin Laden.
La scomparsa di Abu Omar viene denunciata da un avvocato milanese qualche giorno dopo, ma la notizia della sua sparizione diviene pubblica qualche giorno dopo. Il legale chiede alla polizia se l'uomo sia stato arrestato, fermato in qualche modo.

La prima ipotesi è che Abu Omar, considerato un fondamentalista, sia partito per l'estero. Magari in uno dei paesi in cui si lotta in nome della Jihad, ma le testimonianze smentiscono questa ipotesi. Una donna racconta i detective di aver visto l'egiziano circondato da alcuni uomini e poi caricato sul furgone. E' così che si fa avanti l'ipotesi del rapimento da parte di agenti stranieri. Si pensa a 007 egiziani, si crede che nella vicenda sia entrato il Mossad, ma ben presto si fa strada l'ipotesi che i sequestratori siano occidentali di lingua inglese.

Abu Omar , secondo la ricostruzione degli inquirenti, viene narcotizzato e portato con il furgone alla base Nato di Aviano (Pordenone). Interrogato e probabilmente torturato viene portato in Egitto, dove è stato poi sottoposto ad altri interrogatori, accompagnati anche da violenze fisiche. E solo molto tempo dopo rilasciato, ma in condizioni di libertà vigilata, ad Alessandria d'Egitto. A patto che la storia del suo rapimento non venga fuori.

Ma nell'aprile del 2004 l'ex imam telefona alla moglie che ancora vive a Milano, le racconta di essere stato prelevato da sconosciuti, condotto in Egitto e trattenuto in una sorta di detenzione extra legale. Qui l'imam avrebbe convinto chi lo interrogava della sua innocenza e avrebbe ottenuto così la possibilità di restare ad Alessandria d'Egitto, anche se in forma di libertà vigilata.

Un mese dopo, il 10 maggio 2004, Abu Omar torna a farsi vivo con la moglie, con la quale si rammarica di non aver potuto proseguire in Italia la «propaganda» che intende ora, invece, continuare in Egitto. Nella telefonata invita la moglie a vendere i suoi libri e anche il computer perchè potrebbe contenere dati compromettenti. Poco dopo Abu Omar sparisce di nuovo. La vicenda sul suo rapimento compare sulle pagine di diversi giornali.

Le indagini della Digos di Milano, che hanno analizzato centinaia di tabulati telefonici e incrociato tutti i dati possibili sulla permanenza del gruppo di sequestratori, hanno portato a ricostruire tutti gli spostamenti dei rapitori. Presunti agenti Cia.
Accusati di aver portato a termine una «forcible abduction». Per loro il procuratore aggiunto Armando Spataro prepara le richieste di arresto che vengono parzialmente accolte dal gip Chiara Nobili il 25 giugno 2005. Alla fine dopo alcuni ricorsi al Riesame i provvedimenti diventano 22. Dopo tutti i passaggi tecnici i sequestratori vengono dichiarati latitanti e vengono avviate le ricerche.

Il 23 dicembre del 2005 il ministero Roberto Castelli, investito della questione dell'estradizione, per suo incarico di Guardasigilli, chiede la disponibilità di tutti gli atti di indagine per studiarli. Il 12 aprile scorso lo stesso Castelli comunica al procuratore generale di Milano, Mario Blandini, la sua decisione di non presentare la domanda di estradizione dagli Stati Uniti d'America e di diffusione delle ricerche all'estero formulata dalla Procura della Repubblica di Milano e relativa al procedimento penale che vede indagati agenti della Cia per il rapimento di Abu Omar.

«La Procura di Milano rinnoverà la richiesta respinta dal ministro Castelli non appena sarà formato il nuovo governo nella convinzione di potere ottenere una diversa valutazione», ribatte il Procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro. La decisione del ministro Castelli di non presentare la richiesta di estradizione e non diffondere le ricerche in territori extra europei è «legittima», aggiunge Spataro dopo il «no» del Guardasigilli. La decisione «interviene comunque oltre cinque mesi dopo le richieste formulate dal procuratore generale e ad un secondo sollecito sottoscritto anche dal procuratore capo Manlio Minale».

E' «inverosimile, alla luce dei risultati delle inchieste giudiziarie, delle testimonianze e della documentazione esaminata, che il rapimento dell'egiziano Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 per mano di agenti della Cia, sia stato organizzato ed effettuato in assenza di precedenti informazioni alle autorità governative o ai servizi di sicurezza italiani». Lo sottolinea il rapporto ad interim della commissione ad hoc del Parlamento europeo sui presunti voli e carceri segreti Cia nel territorio dell'Unione europea, presentato il 26 aprile a Bruxelles del suo stesso relatore, l'eurodeputato Ds Claudio Fava.

Nei giorni successivi un'inchiesta del settimanale 'L'Espresso' rivela che un maresciallo dei carabinieri avrebbe preso parte al sequestro di Abu Omar. «Il maresciallo, all'epoca in servizio nella sezione antiterrorismo del Ros di Milano, ha dichiarato ai magistrati di essere stato contattato direttamente da Robert Seldon Lady, il responsabile della Cia a Milano. Lady gli avrebbe chiesto di aiutare gli agenti americani in un'operazione: il compito del sottufficiale -sottolinea il settimanale- sarebbe stato quello di identificare Abu Omar».

L'11 maggio Palazzo Chigi ribadisce l'«assoluta estraneità» del governo e dei Servizi segreti italiani nel sequestro di Abu Omar ed esprime «profondo sdegno per l'ignobile e vile offesa recata al direttore dell'epoca della Divisione Operazioni del Sismi», vale a dire Nicola Calipari, «un eroe» oggetto di «illazioni calunniose» e di «vilipendio. A poche ore di distanza, la presidenza del Consiglio -si leggeva nella nota - avverte il dovere di tornare ancora una volta sul clamore mediatico che, con ostinata pervicacia, si tenta di alimentare intorno alla vicenda del sequestro di Abu Omar. Palazzo Chigi non ha nulla da aggiungere in merito all'assoluta estraneità dell'esecutivo e dei Servizi di informazione e sicurezza rispetto al sequestro, che anche oggi si intende ribadire con lo stesso vigore e con la stessa forza di sempre, a dispetto dei reiterati tentativi con cui si cerca di insinuare dubbi e sospetti, che non hanno e non possono avere cittadinanza alcuna».
«Sono evocati, direttamente o obliquamente, appartenenti al Sismi, indicati - proseguiva il comunicato di Palazzo Chigi - talvolta nominativamente talaltra per riferimento all'incarico rivestito, che sapranno quali contegni mantenere nel rispetto dell'ordinamento. Il governo della Repubblica non intende però sottrarsi all'imperativo morale di manifestare il più profondo sdegno per l'ignobile e vile offesa specificamente recata in alcuni di quegli articoli al Direttore dell'epoca della Divisione Operazioni del Sismi, che purtroppo non può più agire in giudizio, essendo scomparso. Questi era infatti Nicola Calipari, che si legge, con incredulità pari solo alla costernazione, accusato di aver organizzato il sequestro o, addirittura, di averlo potuto fare all'insaputa dei suoi superiori, fino al governo».

«La memoria di Nicola Calipari - aggiungeva la nota di palazzo Chigi - non ha bisogno di difese d'ufficio, perchè è presidiata dalla sua storia personale e dal ricordo reverente e riconoscente dell'Italia intera, di tutti gli italiani, che non hanno dimenticato e che mai dimenticheranno il suo coraggio e la sua generosità, la limpidezza dei suoi comportamenti, la visione etica del proprio dovere. Ad illazioni calunniose ed aberranti nel vilipendio di un Eroe e di un'Istituzione, così come deliranti nella speranza di trovare seguito, si risponde additando al popolo italiano chi ne è responsabile, perchè si comprenda -conclude il comunicato- sin dove può spingere un anelito distruttivo,che non si arresta nemmeno innanzi al rispetto dovuto a chi ha donato la propria vita per salvarne un'altra».

Le informazioni contenute negli articoli pubblicati dalla 'Repubblica' sul sequestro dell'imam Abu Omar, non fanno alcun riferimento a Nicola Calipari. Lo puntualizzava un comunicato con cui il quotidiano replica alla nota con la quale Palazzo Chigi ribadisce l'assoluta estraneità del governo e dei servizi segreti italiani al rapimento dell'imam. Il quotidiano diretto da Ezio Mauro rispondeva «con altrettanto sdegno a queste vergognose speculazioni. Palazzo Chigi sa perfettamente che il riferimento era, come d'altronde riportato anche da altri quotidiani, a Marco Mancini, oggi direttore delle Operazioni del Sismi».

L'allora ministro della Difesa, Antonio Martino, ribadisce il 12 maggio «l'assoluta estraneità del Governo e del Sismi rispetto al sequestro di Abu Omar, rapimento che non coinvolge ad alcun titolo nè l'Esecutivo nè il Servizio, nè direttamente nè indirettamente». Martino osservava che «il disvelamento di nomi di appartenenti al Sismi ed agli altri Organismi di Informazione e Sicurezza integra gli elementi di più reati, perseguibili d'ufficio, tra i quali i più evidenti risultano essere quelli sanzionati ai sensi degli articoli 256 e 261 del codice penale».
«L'ordinamento giuridico - rilevava l'allora ministro della Difesa - punisce infatti i comportamenti tanto di chi rivela notizie coperte dal segreto quanto quelli di chi tenti di procurarsele o se le procuri».

Il 7 giugno scorso il relatore dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa Dick Marty denunciava l'esistenza di una «rete» di Paesi coinvolti nelle detenzioni e trasferimenti di presunti terroristi da parte della Cia ed elenca sette Stati membri del Consiglio d'Europa, fra i quali figura l'Italia, che potrebbero essere ritenuti responsabili, a vari livelli, per aver violato i diritti di determinati individui e partecipato a tali operazioni. Nelle 67 pagine del memorandum esplicativo al suo rapporto, reso pubblico a Parigi durante una riunione della Commissione Affari legali dell'Assemblea parlamentare, il senatore svizzero dichiara l'esistenza di fatti a sostegno dell'ipotesi secondo cui i luoghi di atterraggio in Romania e Polonia fossero utilizzati per la loro vicinanza ai luoghi di detenzione segreti.
«Benchè non si abbiano ancora prove nel senso classico del termine, numerosi elementi attendibili e convergenti indicano l'esistenza di tali centri di detenzione in Europa». Tali elementi giustificano indagini più approfondite, dichiarava Marty. Dick Marty fa sapere di aver utilizzato prove delle autorità di controllo del traffico aereo nazionale e internazionale, così come fonti dei servizi d'intelligence, compreso quello statunitense, per stilare un quadro dettagliato del sistema globale di detenzioni segrete e di trasferimenti illegali, compresa una nuova analisi che rivelerebbe i cosiddetti «circuiti di trasferimento».

Marty elencava sette Stati membri del Consiglio d'Europa che potrebbero essere ritenuti responsabili, a vari livelli, non sempre stabiliti in maniera definitiva, di aver violato i diritti di determinati individui: Svezia, Bosnia-Erzegovina, Regno Unito, Italia, la «ex Repubblica jugoslava di Macedonia», Germania e Turchia. Altri Paesi risulterebbero collusi, attivamente o passivamente, per detenzione o trasferimento di persone la cui identità è ancora ignota.

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