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Pessotto era in cura per depressione

TORINO - Gianluca Pessotto era in cura da un medico per depressione. Oggi aveva preso un appuntamento col sanitario. È quanto trapela dagli ambienti investigativi e vicini alla Juventus. Il suo stato depressivo sarebbe stato legato a problemi personali.

• «Se penso a quando smetterò di giocare vado in depressione». Una frase come tante, quasi un modo di dire, ma che sintetizza il dramma interiore vissuto da molti campioni dello sport quando lasciano i riflettori del campo. Una battuta che Bobo Vieri si è lasciato scappare solo l'anno scorso pensando forse con angoscia alla fine della sua carriera. E chissà cosa avrà pensato in questi dodici mesi senza calcio giocato Gianluca Pessotto: un campione, ma un ragazzo normale, fuori dal coro. Un po' come Agostino Di Bartolomei, la stella di Roma nella Roma di Falcao. Era uscito dal calcio, aveva cercato di farne a meno. Ma non seppe trovare se stesso: si suicidò nel '94, con un colpo di pistola nella sua villa di Salerno.
Ma è l'intera storia dello sport ad essere costellata di drammi. Trionfo e tragedia: come per Marco Pantani. Nel 1998 era l'eroe che vinceva Giro e Tour, il 14 gennaio 2004 è morto di cocaina. Solo, chiuso da giorni nella stanza di un residence a Rimini. Un cocktail di farmaci e droga la causa della morte. Per i giudici, una morte indotta dagli spacciatori. Per i suoi tifosi, un suicidio. Tanto simile a quello di Josè Maria Jimenez, anche lui scalatore, anche lui agganciato dalla cocaina. Lo spagnolo morì due mesi prima di Pantani, nel dicembre 2003. Si era fatto ricoverare in una clinica psichiatrica, ma non era riuscito a sfuggire alla coca. Ed ai suoi incubi.

E sempre il male oscuro si annida dietro i propositi suicidi: anche in Argentina, nel 2003, il portiere dell'Huracan di Buenos Aires, Sergio Schulmeister a soli 25 anni si tolse la vita impiccandosi in casa. Solo tre anni prima aveva scelto la stessa via per farla finita il centrocampista del San Lorenzo de Almagro, Mirko Saric: a soli 21 anni non aveva retto alla depressione seguita a un infortunio. Prima dei giochi di Atene un marciatore americano, Al Heppner, si era buttato nel vuoto per oltre sessanta metri dal ponte di San Diego: dietro il folle gesto forse la mancata qualificazione alle Olimpiadi.
Morto suicida anche il pilota ceko Jaroslav Hules: nel 2004 aveva scelto la data del suo trentesimo compleanno per dire addio al mondo.
Anche il bobbista Eugenio Monti, "il rosso volante" come veniva chiamato sulle piste ghiacciate, tentò il suicidio sparandosi. E sono tanti anche quelli che hanno provato, o che, caduti in depressione, sono stati sfiorati dall'idea di farla finita.

Nella trappola del male oscuro che toglie la voglia di vivere sono stati moltissimi: anche Gigi Riva, quando ormai il calcio giocato era solo un ricordo per lui, ha confessato di essere stato male. Una malattia derivata dallo stress vissuto da piccolo e poi da giocatore, gli avevano detto. Ma la sua cura furono la moglie e la nipotina.

Ma anche gli scandali, i guai non solo personali, hanno spinto molti a pensare all'estremo gesto: di recente anche l'arbitro tedesco Hoyzer, finito nella bufera che ha investiti i direttori di gara, ha confessato di aver pensato di uccidersi. Nella rete anche campioni come Gascoigne, vinto anche dalla dipendenza da alcol e droga.

Insomma delusioni, un vuoto esistenziale che colpisce i campioni dello sport. Anche una ricerca anglosassone, fatta dall'Università di Coventry, nel 200 metteva in guardia gli atleti: depressione e artrosi per gli ex giocatori sono dietro l'angolo.

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