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La maledizione di Passannante sui Savoia

POTENZA - La maledizione di Passannante colpisce i Savoia. Bisogna tornare alla fine dell'800 per capire il filo della storia che lega i Savoia alla Basilicata, con un attentato mancato, una espiazione durissima ed una riconciliazione cercata addirittura cambiando il nome ad un Comune.
E' il 17 novembre del 1878. Umberto I di Savoia sfila per Napoli. Ad attenderlo, tra la folla, c'è anche Giovanni Passannante, cuoco semianalfabeta, di simpatie anarchiche. Poco prima il 29enne di Salvia (nell'entroterra di Potenza) aveva scambiato la giacca per un temperino «lungo 4 dita», come diranno poi le cronache processuali. Con la piccola lama, il giovane si lancia sulla carrozza di Umberto I e colpisce il Re ad una gamba ferendolo lievemente. Un episodio che colpisce l'Italia e soprattutto il sindaco di Salvia, che, due giorni dopo, incontrerà il sovrano per comunicargli che da quel giorno il suo Comune si chiamerà Savoia e non più Salvia.

Passannante, invece, viene condannato a morte. In sua difesa scenderanno in piazza migliaia di persone in tutta Italia e tanti intellettuali tra cui Giovanni Pascoli. Sotto la pressione dell'opinione pubblica il Re gli concede la grazia e lo fa rinchiudere in una torre sull'Isola d'Elba. Ad ospitarlo una cella di poco più di due metri quadrati ed è alta solo 160 centimetri. Il giovane resterà murato vivo 14 anni. Se il fisico regge alle condizioni disumane, la sua psiche crolla ed i carcerieri racconteranno di averlo visto mangiare i suoi escrementi.

Per questo Giovanni Passannante viene ricoverano nel manicomio di Montelupo Fiorentino, dove morirà nel 1910. La sua testa sarà tagliata per estrarre il cervello che, assieme al cranio, sono tutt'ora conservati nel Museo del Crimine, a Roma.
La notte scorsa, ad aspettare Vittorio Emanuele davanti al carcere di Potenza c'era anche Ulderico Pesce, commediografo e regista lucano, presidente del comitato per «Il seppellimento di Passannante». Sulla vicenda Pesce ha anche scritto uno spettacolo teatrale dal titolo «L'innaffiatore del cervello di Giovanni Passannante».
«Lo Stato - afferma Ulderico Pesce - spende soldi per l'addetto che periodicamente versa la formalina nel recipiente dove si trova il cervello di Passannante. Sarebbe ora, invece, che si ponesse fine ad una pratica incivile. Passannante è stato una vittima dei Savoia. Io chiederò al direttore del carcere di far rappresentare ai detenuti la mia opera teatrale, in maniera da far vedere anche a Vittorio Emanuele le crudeltà commesse dai suoi avi».

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