Martedì 11 Dicembre 2018 | 18:47

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Cresce l'onda pacifista nella Chiesa: Bush ci ha ingannati tutti è stata una guerra ingiusta

CITTA' DEL VATICANO - Ancora un morto e quattro feriti tra i soldati italiani impegnati a Nassiriya, e nella Chiesa italiana sale la voce di chi chiede il rientro del contingente militare dall'Iraq. Il nuovo attentato contro il blindato italiano, la morte del caporal maggiore Alessandro Pibiri, il ferimento dei suoi quattro commilitoni della Brigata Sassari, alimentano nelle file cattoliche l'ostilità verso un intervento militare mal digerito fin dall'inizio e il cui perdurare trova ora uomini di Chiesa esplicitamente avversi.
«Ero formalmente contrario alla guerra, così come aveva sostenuto papa Wojtyla. Ora lo sono ancora di più». A parlare è l'arcivescovo di Cagliari, monsignor Giuseppe Mani, già ordinario militare per l'Italia dal 1996 al 2003, della cui diocesi erano originari il povero Pibiri, morto a soli 25 anni, e altri fra i commilitoni feriti. L'arcivescovo usa parole molto severe: «Bush ci ha imbrogliati tutti - afferma -. Ci aveva detto che in Iraq c'erano le armi chimiche, e così non era. E' stata una guerra ingiusta, e avevo pienamente ragione ad essere contrario».

Tali considerazioni acuiscono il dolore dell'ex ordinario militare per l'ulteriore tributo di sangue pagato dalla Brigata Sassari. «Sono ragazzi andati là per dare un servizio umanitario - commenta -, e per risolvere i guai di una guerra che nessuno voleva. Hanno dovuto pagare per tutti, lasciandoci anche la vita». Per mons. Mani, però, le modalità di un ritiro vanno attentamente soppesate. «Aiutare il paese a rialzarsi - afferma - risollevare il popolo da una guerra che lo ha distrutto, è una grande opera. Ma se qualcuno può farlo non sono i soli civili, perchè correrebbero rischi troppo grandi. Se verranno inviati i civili dovranno essere accompagnati dai militari. Altrimenti è meglio che vadano via tutti».
Non ha mezzi termini, sull'opportunità di porre fine alla presenza in armi in Iraq, il movimento cattolico Pax Christi. «Il rientro del contingente italiano - rileva il coordinatore nazionale, don Fabio Corazzina - in questo momento sarebbe solo un fatto positivo, perchè costringerebbe il contesto internazionale a ripensare il senso dell'intervento militare».
Pax Christi avverte tuttavia che «la popolazione non va abbandonata, ma aiutata con precisi progetti». «Gli iracheni vivono in una situazione assurda - spiega -, mentre la presenza degli eserciti è servita a tutelare innanzitutto la permanenza degli stati esteri. Ora servono interventi di tipo diverso. Andare via senza una progettualità sarebbe da vigliacchi. Servono progetti da condividere con gli iracheni e in cui coinvolgerli». Pax Christi, radicalmente contraria alla soluzione di controversie internazionali con le armi e all'esportazione della democrazia utilizzando gli eserciti ("la violenza provoca solo altra violenza") giudica complessivamente «illegale» l'intervento in Iraq e non giustifica la presenza italiana per quanto «non belligerante». «Guerra e dopoguerra sono la stessa cosa - rileva don Corazzina - e accettare il secondo significa accettare anche la prima».
Del nuovo lutto che ha colpito le forze italiane in Iraq oggi si occupa anche l'Osservatore Romano, secondo cui «un'esperienza di profonda mestizia si vive a causa dell'imperversare di una violenza che continua a falcidiare chi nel territorio iracheno è impegnato in missione di pace». Per il quotidiano della Santa Sede «ancora una volta è stato versato sangue italiano per il persistere di una strategia di morte perseguita con perversa determinazione dalla guerriglia».
«Una strategia - aggiunge - che trova anche terreno fertile in un contesto reso oltremodo vulnerabile dall'insufficienza degli sforzi, anzitutto all'interno della leadership irachena, diretti a favorire il dialogo e il confronto tra le diverse comunità presenti nel territorio, ineludibile premessa per la stabilità sul piano sociale, politico e della sicurezza».

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