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Il 3 maggio scorso, il verdetto della Corte costituzionale che accoglieva il ricorso presentato dall'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sul potere di grazia

ROMA - Una svolta decisiva sul caso Bompressi, che il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha dichiarato di voler far arrivare a breve al Quirinale con un decreto di grazia, c'è stata il 3 maggio scorso, con il verdetto della Corte costituzionale che accoglieva il ricorso presentato dall'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi sul potere di grazia.
I giudici della Consulta dichiararono che non spetta al ministro della Giustizia impedire la prosecuzione del procedimento volto alla concessione della grazia ad Ovidio Bompressi. Il potere di grazia, sentenziava quindi la Corte accogliendo il ricorso di Ciampi , spetta esclusivamente al capo dello Stato.
La controfirma del ministro al provvedimento è invece un «atto dovuto», aveva sostenuto il Quirinale nel sollevare il conflitto tra poteri dello Stato in materia: la funzione è di fatto «notarile»: una «mera attestazione di provenienza dell'atto da parte del capo dello Stato, oltre che di controllo della sua regolarità formale». Al ministro della Giustizia , aveva argomentato ancora davanti ai giudici costituzionali la Presidenza della Repubblica nel ricorso preparato dall'avvocato generale dello Stato Francesco Ignazio Caramazza, spettano dunque «sicuramente poteri istruttori» e, «in base al principio di leale collaborazione tra le istituzioni», il parere che esprime al capo dello Stato consente «al più di prevenire a un provvedimento condiviso».
Ma nel caso in cui non ci fosse «condivisione», a prevalere non può che essere «la volontà e il potere decisionale del titolare del potere costituzionale di grazia, cioè il presidente della Repubblica».
Nelle motivazioni della sentenza con la quale accoglieva il ricorso dell'ex Presidente della Repubblica nei confronti dell' ex Guardasigilli, Roberto Castelli, la Consulta aveva sottolineato che non spettava al ministro della Giustizia impedire la prosecuzione del procedimento per la grazia ad Ovidio Bompressi da parte del Capo dello Stato. In sostanza, ribadiva la Corte, «a fronte della determinazione presidenziale favorevole all'atto di clemenza», la controfirma del decreto del Ministro della Giustizia, si limita soltanto ad attestare «la completezza e la regolarità dell'istruttoria a procedimento eseguito».
Di fronte alla decisione del Capo dello Stato di concedere la grazia ad un condannato, potere concessogli dall'art. 87 della Costituzione, il ministro della Giustizia, sentenzia la Consulta, non ha potere di veto. Anche se le sue valutazioni all'adozione dell'atto di clemenza sono in dissenso. Dettando infatti una disposizione sostanzialmente identica a quella dello Statuto albertino, l'art.87 della Costituzione stabilisce infatti che il Presidente della Repubblica «può concedere la grazia e commutare le pene», attribuendo al Capo dello Stato, sottolineano i giudici della Consulta, almeno da un punto di vista storico, «un potere intimamente connesso alla figura del Monarca».
Essendo strumento destinato a soddisfare «straordinarie esigenze di natura umanitaria» la grazia, evidenziavano i giudici costituzionali, è una potestà istituzionale del Capo dello Stato, quale organo super partes, «estraneo a quello che viene definito il "circuito" dell'indirizzo politico-governativo».
La Consulta, nelle motivazioni della sentenza con la quale ha accolto il ricorso dell'ex Capo dello Stato, chiariva inoltre quale valore abbia esattamente la controfirma del Guardasigilli in un procedimento di grazia. Essa, spiega la Corte, ha «valore sostanziale quando l'atto di clemenza sottoposto al Presidente della Repubblica ha carattere governativo», mentre ha valore «soltanto formale quando è espressione dei poteri del Capo dello Stato».
Quanto all'esito della procedura istruttoria per la concessione di un atto di clemenza ad un condannato, sono previste alcune varianti. Disporre l'archiviazione: ma se il Capo dello Stato ha sollecitato il compimento dell'attività istruttoria, il ministro della Giustizia non ha il potere di impedire la prosecuzione del procedimento. Qualora, invece, sottolinea ancora la Consulta, l'iniziativa sia direttamente presidenziale, il Capo dello Stato può chiedere al ministro l'apertura della procedura di concessione della grazia.
In entrambe le ipotesi, un rifiuto da parte del Guardasigilli precluderebbe, sostanzialmente, l'esercizio del potere di grazia, «con conseguente menomazione -notava la Corte- di una attribuzione che la Costituzione conferisce al Capo dello Stato».

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