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Il dramma del terremoto dalle parole dei missionari

ROMA - Il dramma del sisma che ha sconvolto Yogyakarta rivive nelle parole dei missionari italiani che vivono nella città indonesiana.
«Erano le 5,55 precise, avevo appena guardato l'orologio prima di uscire dalla mia stanza per le preghiere del mattino quando è cominciato un vero sconquasso» ha raccontato all'agenzia missionaria Misna padre Vinio Dante Corda, missionario saveriano originario di Cremona, da 43 anni in Indonesia. «Non riuscivo a stare in piedi, mi sembrava di avere la labirintite» ha aggiunto, «per quello che posso ricordare il sisma era ondulatorio ed è durato più di un minuto».

Il missionario vive alla periferia nord della città universitaria, «in una zona formata in gran parte da casette abbastanza solide ad un unico piano» e che «non ha riportato grandi danni». «Ma non è difficile immaginare» ha detto, «le conseguenze che il sisma può avere avuto sulle abitazioni della gente più umile e che in questi ultimi anni si sono moltiplicate in tutta la città».
Anche padre Rodolfo Cioi, saveriano originario di Udine, da 31 in Indonesia, era già sveglio quando la scossa di 6,2 gradi Richter ha colpito la regione. «Stavo andando all'aeroporto per dire messa in alcune isole qui vicino» ha raccontato alla Misna, «ero sulla strada principale quando la macchina ha cominciato a sbandare violentemente. Ho pensato di aver forato una gomma, ho accostato e solo allora ho realizzato cosa stava succedendo: ho visto automobilisti perdere il controllo delle vetture, motociclisti cadere, tetti crollare e la terra tremare ancora». All'aeroporto, ha aggiunto il missionario, lo scenario è «devastante». «Le pareti sono quasi integre, ma i tetti dell'aeroporto e di abitazioni e alberghi sono venuti giù. Abbiamo visto gente estratta a braccia dalle macerie».

Padre Cioi ha sottolineato che la gente teme un'eruzione del vulcano Merapi, che incombe sulla città, ma l'emergenza più grave è quelle sanitaria, con le strutture al collasso e il bisogno urgente di personale e medicine. «Non abbiamo più letti disponibili e siamo costretti a fare stendere i pazienti nei corridoi» ha riferito un medico dell'ospedale Bethesda di Yogyakarta, il più grande centro sanitario della città, «tutto il personale sanitario sta lavorando incessantemente in una situazione di totale emergenza. Anche gli obitori sono pieni e non c'è posto per i cadaveri, che vengono avvolti in lenzuola e allineati ai bordi delle strade. Dei 700 feriti che abbiamo ricevuto, 120 sono morti per i traumi subiti nei crolli delle case. Abbiamo urgente bisogno di materassi, coperte e disinfettanti».
Anche le moschee e le chiese accolgono feriti e sfollati e centinaia sono ospitati nella parrocchia di Marghaningsih. «La gente è ancora in preda al panico, è difficile rendersi conto davvero di quello che è successo. Eravamo già in allerta da settimane per il rischio di un'eruzione del Merapi, ma nessuno era preparato a quello che è accaduto stamattina» ha detto ancora il medico alla Misna.

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