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Gli esclusi dal neogoverno in carica

donne al governo ProdiROMA - Per giorni i loro nomi sono stati scritti da tutti i giornali e le agenzie di stampa. Attribuendogli ora la guida di un ministero, ora di un altro. Poi, alla fine, nella lista dei ministri che oggi Romano Prodi ha presentato al Quirinale se n'è persa ogni traccia: sono gli «esclusi» dal nuovo governo. Il più 'illustrè dei quali è Luciano Violante, ex presidente della Camera, ex capogruppo e ora 'non' ministro delle Riforme.
Chi ha visto la lista dei ministri da vicino negli ultimi tempi giura che fino a poche ore prima il suo nome era scritto, così come riportato da quasi tutti i giornali. Poi, ieri, più nulla. Cosa è successo? Violante sarebbe rimasto vittima di più fattori diversi: troppi piemontesi (alla fine 5) ci sarebbero stati nel nuovo governo; poi troppe poche donne (a un certo punto sarebbero scese a 2); troppo squilibrio, infine, nelle scelte interne dei Ds tra esponenti vicini al segretario e al presidente. Alla fine, nel governo entra il fassiniano Vannino Chiti, accorpando le responsabilità di Rapporti con il Parlamento e Riforme. A chi glielo chiede, Violante risponde che oggi non ha nessuna intenzione di parlare. Per lui ora si potrebbero aprire sostanzialmente due orizzonti: o diventare presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera o intraprendere la strada che potrebbe portarlo dritto alla vicepresidenza del Csm. Chi lo conosce meglio sostiene che difficilmente adesso potrebbe accettare il primo incarico. Ma è anche vero che con un diessino alla presidenza della Repubblica e quindi anche al Csm, difficilmente un altro esponente della Quercia potrebbe aspirare a diventare il numero due dell'organo di autogoverno dei magistrati. Se poi è vero che difficilmente chi si occupa dei rapporti con il Parlamento potrà trovare il tempo per seguire anche le riforme, delegando così il difficile compito alla commissione Affari Costituzionali, forse la prima soluzione potrebbe rivelarsi poi non così indigesta per l'ex numero uno di Montecitorio. Per Violante infine potrebbe profilarsi anche un'altra via: quella alla quale aspira da tempo e cioè la Corte Costituzionale. Ma per quella probabilmente si dovrà aspettare del tempo visto che il prossimo componente della Consulta che dovrà votare il Parlamento dovrebbe essere targato Margherita.

Altro grande escluso dal governo è Goffredo Bettini, un tempo vicino a D'Alema ora considerato tra i 'fedelissimì di Veltroni. Per lui si era parlato della Funzione Pubblica, finchè ieri non ha annunciato di tirarsi fuori dalla corsa. Nel governo è entrata invece Giovanna Melandri. Anche lei veltroniana. E in più donna. Fino all'altra sera infatti nel governo Prodi, con tutti i taglia e incolla che ci sono stati, di donne ne sarebbero rimaste in piedi solo due. E così si sarebbe preferito correre ai ripari sacrificando stavolta un uomo. Che però ai colleghi continua a spiegare la sua assenza dall'esecutivo con il suo rifiuto ad assumere la guida della Funzione Pubblica.
Altro nome sbianchettato dalla lista di governo all'ultimo minuto è quello di Alberto Asor Rosa, in rappresentanza del Pdci. Il leader del partito Oliviero Diliberto lo aveva indicato, insieme ad una rosa di altri cinque nomi, per entrare nella squadra di Prodi. ma per la responsabilità di Università e Ricerca. Ma alla fine ai Comunisti Italia sono andati i Trasporti (smembrati dalle Infrastrutture), il nome del professore è stato cancellato e al suo posto è stato scritto quello di Alessandro Bianchi, rettore a Reggio Calabria. Anche l'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando sarebbe stato cancellato all'ultimo minuto. Per lui era previsto il ministero degli Italiani all'estero, quello che nel governo Berlusconi era ricoperto da Mirko Tremaglia (AN). Ma anche lui sarebbe stato fatto fuori in extremis. In cambio, all'Italia dei Valori che ha già il suo leader Antonio Di Pietro alla guida delle Infrastrutture, avrebbero promesso tre sottosegretari, più la presidenza di una commissione permanente. Un accordo che però non avrebbe soddisfatto l'ex componente della Rete visto che due senatori dell'Italia dei Valori a lui vicini, Fabio Giambrone e Sergio Di Gregorio, hanno già lanciato il loro avvertimento: per il voto di fiducia a Palazzo Madama, se gli «equilibri» non cambiano, noi ci sentiamo con le mani libere...

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