Martedì 11 Dicembre 2018 | 14:34

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I timori del Vaticano per un presidente «comunista»

CITTA' DEL VATICANO - Forte preoccupazione per il concretizzarsi della prospettiva che il Quirinale vada a una personalità lontana idealmente dai cattolici, ma soprattutto per la spaccatura che vive il Paese e che potrebbe aumentare. E' il fantasma della conflittualità politica che si ritiene inevitabile con un presidente eletto a maggioranza dall'Unione che spaventa gli ambienti della Chiesa italiana, sia a livello di Conferenza episcopale sia Oltretevere, nel primo giorno di votazioni per il presidente della Repubblica.
Si vorrebbe superata la conflittualità della campagna elettorale e del dopo-voto, come ha invitato il presidente dei vescovi Camillo Ruini praticamente in tutti gli interventi pubblici degli ultimi mesi, come continua a fare da settimane il Sir, l'agenzia promossa dalla Cei, e come Ruini con molta probabilità farà anche nella prolusione del 15 maggio per l'assemblea generale della Cei, quando in Vaticano si riuniranno i circa 250 vescovi italiani. I vertici ecclesiali vorrebbero una figura al di sopra delle parti in quanto sia D'Alema che Napolitano, per la loro storia passata, sono espressione di un'area politicamente troppo connotata. Non si fa inoltre mistero del fatto che alla Chiesa italiana vengono a mancare gli interlocutori della passata legislatura, dal cattolico Casini all'ateo-devoto Pera, fino al laico ma cattolico Ciampi. Proprio per questo l'Avvenire insisteva per un Ciampi-bis già il 3 maggio, quando il presidente aveva manifestato chiaramente l'intenzione di non accettare un secondo mandato. Timori e paure restano forti, benchè ci sia soddisfazione per il fatto che la Cdl abbia proposto una rosa di nomi, costringendo così l'Unione a fare un passo indietro sulla candidatura di D'Alema. E c'è un apprezzamento in particolare per la candidatura Monti, candidatura più che avallata dagli ambienti della Conferenza episcopale. Sostenuto, anzi lanciato, da Avvenire, il cattolico Monti, ex allievo dei gesuiti, è considerato la figura giusta, per prestigio accademico, politico e istituzionale per sbarrare la strada al presidente dei Ds, del quale nessuno nega capacità personali e politiche ma che non suscita molte simpatie. Quanto al nome di Giorgio Napolitano, dato l'alto profilo istituzionale dell'ex presidente della Camera, risulta più gradito, ma sarebbe sempre più subito che accettato. Anche con lui sul Colle, infatti, il Paese apparirebbe sbilanciato. I vertici ecclesiali comunque in questo particolare frangente preferiscono non farsi trascinare nel gioco politico della scelta del capo dello Stato, pur mantenendo intatte le preoccupazioni. Il compito di esprimere dubbi e timori è lasciato soprattutto ad Osservatore romano e Avvenire. Il giornale vaticano si limitava a gelare l'ipotesi D'Alema, mentre il quotidiano della Cei si faceva portavoce del «metodo-Ciampi», cioè di un presidente eletto a larga convergenza di maggioranza e opposizione e chiedeva che non si ripetano per il Quirinale i «giochi nell'urna» che hanno caratterizzato l'elezioni di Marini a presidente del Senato. A farsi portavoce di un certo disagio che serpeggia tra tanti cattolici che hanno votato Unione, si è fatto sentire l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, favorevole a D'Alema al Quirinale. In una lettera al Corriere della Sera, lasciando da parte ogni diplomazia, Cossiga attacca l'Avvenire e l'Osservatore romano: restino fuori dalla mischia e lascino ai laici cattolici il diritto di scegliere il capo dello Stato: che si direbbe - chiede - se i giornali laici pretendessero di dire la loro ai cardinali in conclave per l'elezione del Papa?.

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