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«Dedico la mia vittoria agli operai e operaie...»

presidente della Camera, Fausto BertinottiROMA - Dialogo, concordia, don Milani e Calamandrei. Senza dimenticare il primo maggio e il 25 aprile, gli insegnanti, i dipendenti pubblici, un grazie al predecessore e una piccola gaffe sul capo dello Stato. Fausto Bertinotti ha esordito da presidente della Camera parlando a braccio, per poi seguire alcuni brevi appunti che aveva preparato e che al termine del suo discorso di insediamento ha riposto nella tasca destra della giacca.
Il segretario del Prc ha atteso il verdetto dell'aula di Montecitorio nella biblioteca della presidenza della Camera, dove lo ha raggiunto Fabio Mussi per comunicargli l'elezione, mentre dalle tribune la moglie, Lella, assisteva all'insediamento del marito in compagnia di due nipotine.

«Mi rivolgo a voi direttamente senza la lettura di un testo scritto, per sottolineare con un piccolissimo gesto il senso di apertura, di confronto e dialogo che vorrei prevalesse in questo Parlamento», ha esordito assicurando «la pari dignità politica di ognuno in questa aula» e rivolgendosi a chi lo ha votato e a chi non lo ha fatto.
Poi, la gaffe su Ciampi: «Vorrei mandare un saluto al presidente Carlo Aurelio Ciampi...scusate Carlo Azeglio Ciampi, anche per il modo autorevole e popolare con cui guida il Paese».

Subito dopo è la volta di Pier Ferdinando Casini, del quale Bertinotti ha riconosciuto «capacità e senso istituzionale che spero di poter imitare, a lui va il ringraziamento mio e di tutta l'assemblea».
Ancora a braccio, il neo presidente cita «tutti i dipendenti pubblici, di cui ha bisogno il Paese e le istituzioni democratiche». Bertinotti poi passa alla parte più istituzionale del discorso, parlando della necessità di «lavorare ad una forte valorizazione del ruolo del Parlamento. E' una necessità storica, in questi tempi così difficili».

Il pericolo, mette in guardia il neo presidente, è quello del «distacco del Paese reale dalle istituzioni. Dal Paese si leva una voce alta di domanda politica». Secondo Bertinotti, ci vuole una «riqualificazione dello spazio pubblico». Anche per questo ha detto di guardare «con attenzione a tutte le amministrazioni da cui dipende l'organizzazione dello Stato». E quindi «ai dipendenti pubblici», alla scuola e agli insegnanti ma anche «alla magistratura», in modo da creare un «rapporto positivo tra Paese reale e istituzioni».
E' qui che Bertinotti cita don Milani, «grande coscienza civile» del Paese. Perche c'è un «rischio di crisi della coazione sociale», c'è una «difficolta di vivere».
Ed è sul lavoro che il neo presidente ammette: «Sono un uomo di parte che non teme il conflitto, che sa che la politica è fatta anche di scelte e contrapposizioni». Ma, anche per questo, «non bisogna far scivolare la politica nel binomio amico-nemico», e anzi bisogna lavorare per una «assemblea che parla a tutto il Paese il linguaggio della convivenza».

Quindi, esaltazione delle «differenze, etniche, tra le fedi». Perchè, ha sottolineato Bertinotti, «la laicità chiede una sua rielaborazione, per una nuova convivenza, una cittadinanza universale per progettare un nuovo futuro».
Il finale, scritto, è forse quello che più sta a cuore al nuovo presidente di Montecitorio: il primo maggio e il 25 aprile. «Bisogna restituire fiducia alle nuove generazioni, che lo chiedono in molti modi e intensamente», dice Bertinotti lamentando il dramma della precarietà. «Il 25 aprile è la radice della Repubblica». «Idealmente vorrei che questa assemblea possa svolgersi a Marzabotto: anche lì è nata la nostra Costituzione e la nostra irriducibile scelta di pace, la nostra irriducibile scelta di lotta contro la guerra e il terrorismo».

Dopo aver ricordato i soldati italiani caduti a Nassirya, Bertinotti finisce citando Piero Calamandrei e il suo invito al pellegrinaggio «nei luoghi dove morirono i partigiani. Andate lì, perchè lì è nata la nostra Costituzione, li c'è l'origine della nostra Repubblica».

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