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La cattura di Provenzano - I trenta "rambo" della squadra speciale

PALERMO - È formato da trenta uomini il gruppo di lavoro della Polizia di Stato che da anni è impegnato esclusivamente nella ricerca del boss Bernardo Provenzano. Un pool di uomini pronti a tutto e superspecializzati, guidati dal funzionario dello Sco Renato Cortese. È lui che stamani ha bloccato il vecchio padrino corleonese, mettendo fine alla latitanza del capo di Cosa nostra durata 43 anni. Mafia - La cattura di Provenzano
Tra il «cacciatore» e la sua «preda» non c'è stato bisogno di parole, è bastato uno sguardo. Provenzano, ormai rassegnato, ha chinato il capo, ha chiuso gli occhi e per il boss non c'è stato nemmeno bisogno delle manette: ha seguito gli investigatori in silenzio, senza protestare.
Gli agenti del servizio Centrale operativo e della Squadra Mobile che formano la squadra di ricerca del latitante, negli ultimi sei anni, seguendo le tracce del boss, hanno attraversato tutta la Sicilia, setacciando paesi di montagna e borgate marinare, intercettando centinaia di uomini e ricostruendo così la folta rete di favoreggiatori del padrino. In questo modo sono arrivati ad individuare anche i colletti bianchi che proteggevano la latitanza del padrino, come Pino Lipari.
Lo stesso gruppo di poliziotti, che in questi anni sono sempre stati molto riservati e lontani dalle telecamere e dalla pubblicità sui giornali, era arrivato nel gennaio 2001 vicinissimo alla cattura di Provenzano: nella masseria di Mezzojuso, a circa 30 chilometri da Palermo, gli agenti effettuarono il blitz sicuri di mettere le mani sul boss e invece trovarono un altro latitante, Benedetto Spera. In quella occasione il capomafia, forse a causa di un ritardo all'appuntamento con il medico che li attendeva nel casolare per effettuare alcune visite, riuscì a evitare la cattura. Ma l'irruzione effettuata dal «gruppo», guidato sempre da Renato Cortese, portò a ulteriori scoperte: le lettere dei familiari indirizzate a Provenzano che consentirono di individuare nuovi referenti.
Un «Gruppo» che ha lavorato esclusivamente con i Pm della Dda Marzia Sabella e Michele Prestipino.
Per anni i trenta ragazzi di Cortese hanno trascorso una vita «blindata» al terzo piano della palazzina della Squadra mobile, in un grande appartamento dove i trenta uomini sono stati suddivisi per competenze. Ad ognuno di loro è stato assegnato un compito ben preciso per lo sviluppo delle indagini. Poliziotti esperti, che per anni si sono mossi nell'ombra ed hanno seguito passo passo le mosse dei favoreggiatori del vecchio padrino, dei familiari e scoprendo così le vie dei "pizzini", attraverso i quali adesso è stato possibile giungere ad individuare il casolare in contrada "Montagna dei cavalli".
Renato Cortese prima di arrivare allo Sco ha lavorato a lungo alla sezione «catturandi» della Mobile di Palermo, arrestando altri latitanti di mafia come Gaspare Spatuzza, Enzo e Giovanni Brusca, Pietro Aglieri e Benedetto Spera. Il «gruppo» ha inoltre contribuito in questi anni, man mano che le indagini andavano avanti sui favoreggiatori, a produrre migliaia di carte giudiziarie che sono servite ai Pm della Dda, Michele Prestipino e Marzia Sabella a chiedere e ottenere negli ultimi sei anni più di 400 arresti.
L'immagine di Provenzano, Cortese l'ha immaginata così come lo ha vista stamani quando il vecchio padrino ha tentato chi chiudergli in faccia la porta del casolare. Il boss non si aspettava di essere scoperto. È bastato quello sguardo, un gesto con gli occhi fra Cortese e Provenzano per far capire al poliziotto che aveva di fronte il capo di Cosa Nostra. E che la «caccia» era finita.
Lirio Abbate

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