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«Binu 'u Tratturi» per i nemici «la belva»

PALERMO - Ha ereditato le insegne del comando da Totò Riina, che le aveva ricevute da Luciano Liggio. Bernardo Provenzano, 73 anni (è nato a Corleone il 3 gennaio del 1933), chiamato dagli amici «Binu u tratturi» e dai nemici «la belva», tiene Cosa Nostra in pugno. Il primo soprannome richiama l'immagine di un bulldozer, capace di passare su tutto, di schiacciare tutto. Il secondo sottintende che ha ucciso, riferiscono i pentiti, almeno una quarantina di volte, anche personalmente. E non ha mancato appuntamenti con delitti di livello, con le stragi che hanno fatto tremare l' Italia. E' questo il ritratto del capo di Cosa Nostra che emerge dal racconto di numerosissimi pentiti.
Che Provenzano rimpiazzasse Riina dopo l'arresto del padrino, avvenuto il 15 gennaio del 1993, era nelle cose. La sua collocazione ai vertici della mafia è testimoniata da Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera, ma è persino ovvia.
«Notizia» avrebbe semmai costituito una diversa successione. La mafia di oggi è filiazione diretta di Corleone, e «fino a quando l' ultimo dei corleonesi sarà libero - ha commentato Leoluca Bagarella, citato da La Barbera - tutto continuerà come prima». Del nuovo capo è disponibile una segnaletica di polizia di quarant' anni fa: un volto contadino, squadrato, mascella tozza, già un po' stempiato. L'ultimo identikit, corredato anche dal suo Dna, è stato invece ricostruito dagli investigatori dopo la duplice trasferta del boss a Marsiglia, tra il luglio e l'ottobre del 2003, per un intervento alla prostata. Il capo di Cosa Nostra utilizzò in quell' occasione una falsa carta d'identità intestata a un pensionato di Villabate, Gaspare Troia. A Provenzano, che deve scontare una pioggia di condanne all'ergastolo, sono intestate migliaia di pagine scritte da investigatori e magistrati. La storia della «belva» è la storia di tre giovanotti (Liggio, Riina, Provenzano) semianalfabeti di Corleone che a metà degli anni cinquanta decidono di prendere ciò che vogliono ora con le armi, ora con un intrecciato rapporto di dare ed avere con una parte della borghesia, soprattutto agraria, che ha bisogno della violenza organizzata della mafia per contenere «i rossi» , difendere il latifondo, drenare risorse pubbliche a fini privati. Lo stratega è Liggio, Riina e Provenzano sono i suoi «gemelli», gli ubbidiscono ciecamente, ma non hanno ruoli identici.
Spiega Tommaso Buscetta: «Riina era molto più intelligente di Provenzano. Ricordo che nel 1970 fu indicato da Liggio per sostituirlo nella commissione, ma poi subito dopo Liggio lo tolse e promosse l' altro suo pupillo, Bernardo Provenzano». «Liggio - chiarisce l'altro pentito Totuccio Contorno - si sarebbe fidato di più di Provenzano, ma diceva 'Provenzano spara come un dio, peccato che abbia il cervello di una gallina. Riina vorrebbe dare morsi più grandi della sua bocca».
Ci si può fidare del giudizio di Contorno? Liggio in processo ha detto: «Riina è un ragazzo a cui sono molto affezionato. E' un amico, ed io gli amici non li cancello mai». Di Provenzano, benchè sollecitato, Lucianeddu non dice quasi nulla: «So che è un mio compaesano, ma non l' ho mai visto», è il massimo che si riuscì a cavargli di bocca.
Dunque un Provenzano un po' tonto, uno che sa solo uccidere, un eterno «secondo» privo di fiuto politico? Ma forse le cose non stanno proprio così. Perchè un fatto è certo: Provenzano è stato uccel di bosco fino ad oggi, Riina è in carcere da 13 anni, Liggio in carcere c' è morto, anche perchè Riina impedì a Gaspare Mutolo di farlo evadere con un' azione di forza già progettata dal carcere di Lodi.
«Binu» in questi anni sta costantemente nell' ombra, non si espone, non usa telefonini cellulari, teme come il diavolo le «cimici» e le microspie, non si fida di nessuno. E' un sommergibile: di tanto in tanto, emerge, colpisce e si inabissa. Di lui parlò a lungo anche il pentito Peppe Di Cristina, boss di Riesi (Caltanissetta) che aveva indicato il corleonese ai carabinieri come «pericolosissimo criminale». Riferì Di Cristina al capitano dell' Arma Alfio Pettinato: «Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, soprannominati per la loro ferocia 'le belvè, sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di 40 omicidi, sono gli assassini del vice pretore onorario di Prizzi». Ed aggiunse che i due gemelli corleonesi erano responsabili «su commissione dello stesso Liggio, dell' assassinio del tenente colonnello Russo, che il Liggio aveva portato sul banco degli imputati sia nel processo dei 114 che in quello dell' anonima sequestri». La Corte, però, ha respinto l'eccezione. Di Provenzano, ha parlato a lungo anche Gaspare Mutolo, il primo dei pentiti del dopo stragi. Mutolo racconta che fu Provenzano a proseguire «la strategia di delegittimazione dei collaboratori di giustizia, iniziata da Riina».
Il pentito Salvatore Cancemi, ex braccio destro del boss Pippo Calò, parla invece delle relazioni politiche di Salvatore Riina e di Bernardo Provenzano: «A questo proposito, desidero ripetere ancora una volta, e vi prego di non dimenticarlo mai, che Riina e Provenzano sono andati sempre avanti perchè avevano i politici nelle mani; hanno sempre ben saputo che u sucu nascieva ri dda... (il sugo nasceva da lì... ndr)». E il medico Gioacchino Pennino, mafioso che militò nelle file democristiane, e poi pentito, spiega: «Ciancimino era molto legato a Provenzano che ne guidava le evoluzioni politiche». Insomma un boss dai mille volti e dai mille interessi.

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