Martedì 11 Dicembre 2018 | 21:07

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La chiusura della campagna elettorale di Prodi

Il comizio di Prodi a Fiumicino FIUMICINO (Roma) - È sulla darsena del porto di Fiumicino, di fronte a circa un migliaio di militanti dell'Unione, esposti a un intenso maestrale che viene dal mare, che Romano Prodi chiude la sua lunghissima campagna elettorale dopo la kermesse organizzata dall'Ulivo a Piazza del Popolo. Prodi è disteso tanto da ironizzare con uno degli oratori che lo hanno preceduto sul vento insistente. A Giorgio Pasetto che aveva salutato con qualche enfasi il maestrale come «un vento forte che porta la primavera, il bel tempo e la pulizia di cui questo Paese ha bisogno», Prodi ha replicato con ironia: «Il maestrale sarà anche bello ma porta anche freddo».
Un intervento, quello del leader dell'Unione, attento alla specificità del luogo. A farla da padrone è la questione ancora aperta del futuro dell'Alitalia: «Sono contento di chiudere qui questa lunga campagna elettorale - esordisce Prodi - perché è qua, a Fiumicino, che o si parte o si arriva e noi stasera siamo arrivati alla fine. Nel nostro futuro pensiamo a una grande capitale, Roma, in grado di far concorrenza a Madrid e a Londra. Ma una grande capitale di un grande Paese deve avere anche un grande aeroporto e una grande compagnia aerea. Io non vi prometto nulla, ma vi garantisco che sono molto affezionato all'Alitalia. Mi ricordo quando a Bruxelles da commissario aspettavo il piano per l'Alitalia che non è mai arrivato. Posso assicurarvi che l'Alitalia è come una mia figlia e il nostro Paese non può avere una compagnia provinciale o regionale ma una grande compagnia di bandiera che abbia Fiumicino come casa sua».
Tornando sulla questione dell'Ici, Prodi attacca il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Avete sentito tutti voi quando nel corso del duello tv mi ha detto che mi avrebbe spiegato in privato dove troverebbe i 30 miliardi che costa il suo programma. Ma sono passati appena pochi minuti e ha messo nel piatto altri miliardi dell'Ici. È lo stesso governo che vende le case dei Comuni e poi taglia l'imposta sugli immobili, una sorta di aquila rampante in un piatto altrui». Prodi ha quindi invitato tutti, a partire dai leader politici accanto a lui sul palco, a fare autocritica per essersi, in qualche modo, assuefatti alle pratiche di Berlusconi: «In questi anni ci siamo abituati a tutto. Le decisioni politiche venivano prese a Villa Certosa e quelle private a Palazzo Chigi. Ora, a partire da noi stessi, serve una reazione morale, altrimenti finiremo a non capire più la differenza. Serve un esame di coscienza - esorta Prodi - per riprendere a pensare a queste cose di cui spesso ci siamo dimenticati».
E, sempre con tono pacato, Prodi ricorda come con la vecchia legge elettorale l'Unione «avrebbe stravinto». «L'hanno cambiata apposta per farci perdere, ma noi abbiamo fatto un accordo programmatico, ci siamo messi al lavoro, abbiamo un avvenire davanti e l'unico ostacolo è quello di domenica e lunedì. Ma basta mettere una croce con la matita sulla scheda».

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