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D'Arrigo, il funanbolo dell'estemo, «re» delle aquile

il deltaplanista Angelo dRAGUSA - Era colui che avrebbe fatto felice Leonardo da Vinci. Sì perchè Angelo D'Arrigo, 45 anni, deltaplanista di fama mondiale votato «per amore della natura e della conoscenza» all'impresa estrema, era l'uomo che volava come fanno gli uccelli. Lungo le rotte del mondo, anzi sopra il mondo.
Dagli uccelli aveva imparato, con loro ha vissuto, con loro ha volato. E il rapporto che Angelo aveva con le aquile, Chumi o Gea che fossero, era diventato a tal punto simbiotico che anche loro, le aquile, avevano imparato qualcosa da lui. Lui ha dato agli uccelli, come a certe gru siberiane, quello che Konrad Lorenz definiva 'l'imprinting'. E loro, le aquile, gli erano volate accanto fin sopra l'Everest; e le gru lo avevano seguito in volo dal Circolo Polare Artico fino al Mar Caspio, reimparando così, per semplice, naturale fiducia, una rotta migratoria che gli etologi davano per dimenticata.
il deltaplanista Angelo d
D'Arrigo, maestro di sci laureato all'Università dello Sport di Parigi, viveva con moglie e tre figli sulle pendici dell'Etna, non lontano da dove è finito tragicamente quello che era un volo normale, su un aereo normale. Ben diverso dalle sue imprese quasi ai confini della realtà. Imprese nei cieli e sulle rotte impossibili di tutto il mondo. Quattro anni fa si alzò il volo con il suo deltaplano dal Circolo Polare Artico e, seguito da uno stormo di gru siberiane, insegnò loro la rotta migratoria che le portò lungo 5.500 chilometri fino in Medio Oriente, sopra l'Iran. Le uova di quelle gru si erano schiuse sotto le ali del suo deltaplano e lui aveva dato da mangiare ai piccoli pulcini con un becco artificiale.
Due anni fa, intorno a mezzogiorno del 24 maggio 2004, si alzò invece in volo con l'aquila Gea e dal campo base sfruttò una corrente ascensionale per salire fino a quota 9.000 metri. Giunto in quota, sorvolò l'Everest, con Gea. Con un'altra aquila invece, Nike, sorvolò anni fa tutto il Sahara.
L'anno scorso D'Arrigo aveva raccolto le sue esperienze in un libro dal titolo che era il suo programma di vita: «In volo sopra il mondo». In quel libro - «la mia impresa più impegnativa» - D'Arrigo ha raccolto l'insieme delle sue esperienze nei cieli del mondo. Imprese che sono nate da un vero e proprio progetto scientifico, «Metamorphosis», e riguardanti tanto la metamorfosi di un uomo che si trasforma in uccello, quanto quelle di un uccello che impara l'aria da un uomo.
«Metamorfosi per me significa voler crescere - aveva spiegato, a suo tempo, D'Arrigo -. In tutti i sensi, anche quello scientifico. Per esempio secondo me alla scienza dell'aviazione manca un file: si sa tutto sull'alta o altissima velocità, ma non è ancora stato studiato a fondo il volo a velocità lenta. Ecco, io ho fatto finora tutto ciò che ho fatto affinchè la scienza possa utilizzare la mia esperienza per i suoi obiettivi». E diceva: «Gli uccelli mi hanno insegnato cosa significa veleggiare. E io ho imparato. Ho scoperto che il mio era un bisogno, per così dire, ancestrale. Ho due maestri di riferimento: Leonardo da Vinci e Konrad Lorenz».
L'ultima grande impresa era stata sfidare i condor volando lungo la Cordigliera delle Ande e sull'Aconcagua, il 31 dicembre scorso, salendo fino ai 7.453 metri della vetta più alta d'America. E in mente aveva, per il 2007, di sorvolare il monte Wilson, nell'Antartide. Ma non ci sarà una prossima impresa.

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