Venerdì 14 Dicembre 2018 | 15:32

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Più lavoro, meno lavoro, tesi a confronto. Maroni: la legge Biagi ha dato ottimi frutti. La Cgil: sono sbagliate le politiche. Confesercenti: la flessibilità da sola non basta

MARONI: LA LEGGE BIAGI FUNZIONA
I dati sull'occupazione forniti oggi dall' Istat «confermano la bontà e l'efficacia delle iniziative prese in questa legislatura dal Governo in tema di mercato del lavoro». E' quanto afferma il ministro del Welfare Roberto Maroni secondo il quale «in particolare la Legge Biagi continua a dare ottimi frutti, nonostante una situazione economica difficile con crescita vicina allo zero».
«I dati del 2005 - afferma Maroni - sono inequivocabili: l' occupazione aumenta dello 0,7%, cioè registriamo un incremento di 158 mila posti di lavoro in più rispetto al 2004 e la disoccupazione scende dello 0,3% arrivando al dato eccezionale del 7,7%, una performance apprezzata a livello europeo. L' Istat conferma inoltre che oltre l'87% dei contratti di lavoro è a tempo indeterminato: la Legge Biagi crea dunque nuove opportunità senza far crescere il precariato, divenuto ormai bandiera strumentale di una sinistra disfattista che, da tempo, non ha altri argomenti».

FAMMONI (CGIL), SBAGLIATE POLITICHE CENTRODESTRA
«I dati Istat confermano il rallentamento di una dinamica occupazionale quasi esclusivamente alimentata dalla regolarizzazione di lavoratori extracomunitari, già presenti in Italia, e l'abnorme crescita del lavoro precario da tempo denunciato dai sindacati». Così Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, responsabile del Mercato del lavoro, commenta i dati sull'occupazione diffusi oggi dall'Istat. «Il vero indicatore della situazione - specifica il sindacalista - è infatti rappresentato dal fatto che il tasso di occupazione non cresce e, al netto delle regolarizzazioni cala, pur restando molto più basso della media europea». Nell'analisi di Fammoni, inoltre, «il numero delle ore lavorate è fortemente calato, come dimostra il dato sulle unità di lavoro equivalenti appena indicato da Bankitalia, perchè ormai la maggioranza delle assunzioni avviene con forme di lavoro precario e grazie a questa frantumazione del lavoro si realizza un improprio scambio fra lavoro instabile e sottosalario. Il che - prosegue - è ulteriormente confermato dal dato del monte salari che non si incrementa come dovrebbe se aumentano la quantità di ore lavorate».
«La riduzione del tasso di disoccupazione è invece, come spiega l'Istat, da ricondurre a quella sorta di 'effetto scoraggiamentò - spiega ancora il segretario confederale - per cui si rinuncia ad intraprendere le concrete azioni di ricerca di un lavoro che non c'è o viene proposto in condizioni di totale precarieta. Aumenta, infatti, in modo molto alto il tasso di inattività, non a caso, fra i giovani, le donne e nel Mezzogiorno». Quanto all'occupazione femminile ed al Mezzogiorno, «si confermano dati molto negativi e non cala e non viene contrastato un lavoro nero che aumenta, la Cig e la mobilità - aggiunge Fammoni - sono ai livelli più alti». Un quadro che, per la Cgil, conferma che «le politiche sul lavoro del centro-destra sull'occupazione sono sbagliate e ingiuste» e che si pone «la necessità di una svolta basata su: centralità del contratto a tempo indeterminato, estensione del concetto di lavoratore economicamente dipendente, norme a salvaguardia dell'unitarietà dell'impresa e del ciclo produttivo, estensione e universalizzazione degli ammortizzatori sociali, tutela della dignità dei lavoratori disabili e svantaggiati».

CONFESERCENTI, LA FLESSIBILITA' DA SOLA NON BASTA
I dati diffusi oggi dall'Istat sull'occupazione dimostrano che «non basta inserire elementi di flessibilità del lavoro, se non rendiamo più competitivo il sistema e se non cresce l'economia». Lo afferma, in una nota, la Confesercenti spiegando che, infatti, «l'occupazione cresce sempre meno, con il Mezzogiorno che perde posti di lavoro e con i giovani e le donne che, sfiduciati, smettono anche di cercare un impiego. Preoccupa inoltre il significativo calo dei lavoratori autonomi».
Con questi presupposti «solo la regolarizzazione degli immigrati garantisce un minimo di tenuta. Lo stato di difficoltà del sistema delle imprese - continua Confesercenti - soprattutto di quelle piccole e medie, sta continuando a produrre i suoi effetti negativi anche sul mercato del lavoro. Le pmi, che hanno sempre contribuito in misura determinante alla creazione di nuova occupazione - conclude - devono far fronte a costi sempre più elevati, tra gestione, affitto, tasse, tariffe locali, condoni e concordati, per poter programmare investimenti sulla forza lavoro».

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