Sabato 15 Dicembre 2018 | 10:29

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Uomini afghani scrivono alle donne: grazie

donne afghane in burqaROMA - «Sono un uomo educato, ma non mi piace che mia moglie esca di casa. Ma da quando lei viene nel vostro centro è cambiata, è più attenta alla cura dei figli e la casa è più pulita. Sono contento che venga da voi». Se non fosse la lettera di un marito pentito, sposato con una 27/enne di Kabul (il suo nome è Shanaz), queste poche righe, rivolte alle responsabili di un centro per la formazione professionale e l'educazione dei diritti umani, avrebbero poco significato. Per frequentare quel centro, infatti, Shanaz è stata più volte picchiata dal marito, senza avere successo, contrario al suo impegno extradomestico.
La storia è quella di tante donne che nel paese cercano un'emancipazione e che per questo subiscono violenze in casa. Una moglie picchiata non fa notizia; le botte di un marito, di un padre o di un fratello si risolvono all'interno della casa; la consuetudine non prevede alcun intervento dal di fuori.

La lettera del «marito pentito» però - resa nota in occasione dell'8 marzo dalla Fondazione Pangea onlus che opera in Afghanistan con altre organizzazioni locali per l'emancipazione femminile e promuove i Centri Donna pensati per assicurare istruzione e mestieri alle donne - profila nuove forme di convivenza in famiglia, accenna ad un'apertura per la trasformazione dei costumi. E come lui, altri uomini, siano padri o fratelli, scrivono ai Centri Donna esprimendo gratitudine e riconoscenza.
«Attraverso questa lettera - scrive un padre - voglio ringraziarvi. Mia figlia Aliha, studia in questo centro da sei mesi e la sua maniera di pensare è cambiata, in particolare lei conosce molte cose sui diritti umani come anche nel tema della salute e cerca di darci la sua conoscenza coinvolgendo tutta l'intera famiglia. Come padre sono soddisfatto di mia figlia».
Ed ancora. «Noi tutti siamo molto grati al centro Awatva perchè nostra madre per sei mesi ha avuto una magnifica esperienza nel vostro centro, specialmente lei è felice di aver imparato la lavorazione della pelle, e di avere ricevuto informazioni sulla salute, diritti umani, e alfabetizzazione». «Io sottoscritto Qurban Ali, padre della studentessa Fatima - dice un altro uomo - vi invio i miei migliori auguri nella speranza che li accettiate. Questo perchè ho visto molti cambiamenti nel comportamento e nella maniera di vivere di mia figlia. Noi proveniamo da una famiglia molto povera e un giorno sono sicuro che mia figlia sarà in grado di aiutarci ad uscire da questo problema. Di nuovo grazie molte».

Dietro i ringraziamenti c'è l'apertura verso una nuova forma di società - spiega Simona Lanzoni, responsabile di Pangea dei progetti in Afghanistan - spiragli di un cambiamento che va raccolto e che fa ben sperare. «Emblematica - osserva - soprattutto la storia di Shanaz che, nonostante le botte, continuava a frequentare i nostri corsi, a parlare con noi chiedendo consigli, si è fidata, è stata determinata. Con la lettera il marito ha mostrato coraggio. E' stata una vittoria, per lei ma anche per noi. Ora Shanaz fa la sarta ed ha anche beneficiato del microcredito». L'idea delle lettere è venuta alle responsabili dei Centri Donna (sono tre, sorti alla periferia di Kabul dal 2004, di cui hanno beneficiato finora 275 donne) così da avere un ritorno dell'intervento sulle donne.
«Come noi sappiamo - dice una donna afgana in una sorta di poesia scritta per l'8 marzo - le donne in tutte le società, particolarmente nella società afgana, non hanno così tanta importanza come dovrebbero avere. Durante tutta la storia le donne sono sempre state diseredate dai loro diritti, ora dobbiamo ringraziare Dio che dopo il nero regime dei talebani, il regime che mise sotto i piedi qualsiasi tipo di diritto, ora c'è una finestra aperta per il popolo afgano, specialmente per noi donne. Oggi le donne afgane, grazie agli aiuti, possono svolgere buone attività. Ora mostriamo noi stesse, parte attiva della nostra società».
Agnese Malatesta

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