Martedì 11 Dicembre 2018 | 12:02

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Donne in toga, solo il 5% comanda

toga, magistratura, giustizia, aula di tribunaleROMA - Le donne rappresentano ormai il 40% dei magistrati in servizio, ma solo il 5% è a un posto di comando, visto che la quasi totalità dei tribunali e della procure italiane (il 95%) è guidato da uomini. A scattare la fotografia impietosa della discriminazione delle donne in magistratura è stato due anni fa il Csm con una ricerca finanziata dalla Commissione europea. Ma la situazione non è cambiata, come spiega Giuliana Civinini, che come componente del Comitato pari opportunità di Palazzo dei marescialli partecipò in prima persona a quella indagine.
«Purtroppo, il dato resta invariato - dice Civinini che in questo Csm è anche l'unica donna a sedere tra i consiglieri togati -. L'impegno del Consiglio superiore per rimuovere questa situazione non è stato rilevantissimo, al di là di una circolare con cui è stato sancito il diritto dei magistrati genitori di bambini fino a tre anni di modulare la prestazione lavorativa, in modo da conciliarla con la vita familiare».

Le donne in magistratura sono sempre di più: in cifre sono 3674 a fronte di 5475 uomini. Ma nemmeno una ventina, come ha rivelato l'indagine del Csm, è alla guida di uffici giudiziari, a fronte di oltre 400 dirigenti uomini. Nessuna donna è procuratore generale o presidente di Corte d'appello e alla procura nazionale antimafia c'è una sola rappresentante femminile tra i 18 magistrati in servizio. Ma non basta: non solo le donne che arrivano a fare il capo di un ufficio giudiziario si contano sulla punta delle dita, ma le poche fortunate riescono ad aggiudicarsi solo posti che agli uomini non interessano, come quelli di presidente o procuratore dei tribunali per i minorenni o di sorveglianza. Le ragioni del ruolo risicato delle donne in magistratura sono sempre le stesse: sono legate all'organizzazione del lavoro e alle regole con cui si accede agli incarichi direttivi che penalizzano l'altra metà del cielo. Per i compiti di vertice in magistratura si favorisce, infatti, chi ha più anzianità (le donne sono entrate in magistratura solo negli anni Sessanta) e chi ha più titoli,anche accademici;e le donne non hanno tempo per acquisire titoli scientifici visto che devono conciliare esigenze familiari e lavorative. Una situazione destinata a peggiorare con la riforma dell'ordinamento giudiziario che prevede per gli avanzamenti di carriera concorsi per titoli.

Anche negli organi di rappresentanza della magistratura, le donne sono sottodimensionate: nell'attuale Csm sono solo due (oltre a Civinini, la laica della Cdl, Mariella Ventura Sarno); e nei consigli giudiziari la componente femminile è inferiore al 15 per cento. Ma qualcosa comincia a cambiare, sia pure a livello sindacale: l'Associazione Nazionale Magistrati ha appena dato il via libera ad una sorta di «quote rosa» per l'elezione del proprio «parlamentino», il Comitato direttivo centrale, stabilendo che il 40 per cento delle candidature di ogni lista siano destinate alle donne. E forse qualche segnale di mutamento si potrà vedere anche nel prossimo Csm: due o tre donne dovrebbero essere candidate da Magistratura Democratica, e una è già nella lista presentata da Unità per la Costituzione, il giudice di Treviso Luisa Napolitano, componente della Commissione pari opportunità dell'Anm.

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