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L'abbraccio della comunità ebraica al Capo dello Stato

ROMA - Ciampi e la Comunità ebraica di Roma: la prima volta che un presidente della Repubblica si reca in visita nel Tempio maggiore della capitale senza nessun motivo legato alla cronaca. Proprio queste circostanze, invece, in passato, hanno motivato le visite alla Sinagoga di altri due capi di Stato: Sandro Pertini e Francesco Cossiga.
Il significato del gesto di Ciampi non è sfuggito a nessuno: nè al presidente della Comunità Leone Paserman, nè al rabbino capo Riccardo Di Segni, che lo hanno sottolineato nei loro discorsi di saluto, nè ai tanti che hanno affollato la Sinagoga addobbata per le grandi occasioni. Subito dopo aver visitato le splendide sale del rinnovato Museo ebraico collocato nella Sinagoga stessa, Ciampi, seduto nei banchi di prima fila davanti all"Aaron Kodesh', il Santo tabernacolo, insieme alla moglie Franca e vicino all'amico di sempre, il rabbino emerito Elio Toaff, livornese come lui, ha avvertito tutto il calore dell'accoglienza. «E' con particolare gioia ed un po' di emozione - ha detto Paserman - che ho l'onore di accoglierla oggi, in un'atmosfera festosa e di pace».

Ben diversa era l'atmosfera in cui si svolsero le visite di Pertini e Cossiga. Il primo, pochi giorni dopo l'attentato del 9 ottobre del 1982 per i funerali di Stefano Tachè, il bambino di due anni, ucciso dai terroristi davanti ai cancelli della Sinagoga. Paserman ha ricordato oggi «il gelido silenzio» con cui venne accolto Pertini, «molto più espressivo di qualsiasi protesta» contro la montante protesta antisraeliana che aveva portato all'attentato. Cossiga andò alla Sinagoga il 14 maggio 1990 per esprimere la solidarietà della nazione dopo «l'orrenda profanazione del cimitero ebraico di Carpentras in Francia».

La presenza di Ciampi di oggi al Tempio è diversa, ma non per questo il rabbino capo Di Segni rinuncia ad esprimere l'apprezzamento della Comunità per la visita che - dice - è un tributo alla «nostra storia e al modello esemplare della nostra testimonianza». Al tempo stesso rende omaggio al presidente aggiungendo che «forse in questi giorni proprio ci vuole anche una certa dose di coraggio».
Sia Di Segni, sia Paserman, nei loro discorsi, non dimenticano - nè tacciono - la realtà di questi tempi fatta di antisemitismo di ritorno e di bandiere bruciate. «La cultura del rispetto delle alterità stenta - dice il secondo - nella nostra 'forma mentis'; l'antisemitismo non solo è oggi propagandato e fa parte della politica ufficiale di molti paesi islamici, nella generale indifferenza dell'opinione pubblica occidentale, ma è diffuso anche in ambienti altrimenti insospettabili, magari nascosto con distinzioni subdole e sofisticate, come quella tra antisionismo e antisemitismo». «Oggi viviamo in un mondo in cui le tentazioni di violenza basate, spesso pretestuosamente, sulla religione - spiega Di Segni - diventano sempre più minacciose e rumorose».
Di fronte a tutto questo, Paserman e Di Segni - e con loro il vertice della Comunità romana e quello dell'Ucei, l'Unione delle Comunità, rappresentata dal vicepresidente perchè il presidente Amos Luzzatto è ammalato - hanno riconosciuto l'impegno di Ciampi. «Oggi l'Italia, anche per suo merito, - dice Paserman - è in prima fila nella costruzione del grande progetto di un'Europa unita ed in pace, sempre più allargata e coesa; noi - scandisce il presidente - desideriamo sentire forte quel senso di fratellanza, di responsabilità collettiva, di partecipazione profonda e completa alla vita di questo paese e del continente al quale apparteniamo. Tanto più - continua - che la guerra scatenata dal terrorismo c'impone più che mai uno sforzo comune, una grande solidarietà ed un attaccamento ancora più forte ai valori che ci legano, prima di tutto la cultura della vita e la fede nella democrazia».
Lo stesso omaggio rende a Ciampi Di Segni, quando sottolinea che la figura del presidente «rappresenta l'autorità dello Stato regolata da una costituzione democratica esemplare, promulgata dopo la fine della seconda guerra mondiale e la fine dell'incubo nazifascista».
Già prima, nella visita al rinnovato Museo ebraico, Ciampi aveva testimoniato tutto il suo interesse per il patrimonio storico della Comunità «più antica del mondo occidentale» e aveva definito il Museo «l'ultimo contributo, in ordine di tempo, a un rapporto bimilennario tra la Comunità e la Capitale d'Italia». E non è un caso che quando Ciampi e la moglie escono dalla Sinagoga, dopo aver ascoltato gli «Inni alla gioia» cantati dai bambini delle scuole elementari ebraiche e aver stretto le mani di tutti quelli che gli si sono fatti incontro, dalla gente si levi un applauso poco formale ma di sostanza.
Massimo Lomonaco

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