Lunedì 17 Dicembre 2018 | 13:52

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In Iraq fra sciiti e sunniti un'antica rivalità

L'attentato alla moschea sciita di Samarra e le sanguinose rappresaglie contro i sunniti ripropongono in modo sempre più allarmante la feroce rivalità tra le due grandi comunità musulmane in Iraq, dove sorgono i luoghi di culto più sacri per l'Islam sciita. La frattura fra sciiti e sunniti, che si consumò proprio in Iraq nel settimo secolo, si è acuita nel paese arabo con la caduta del regime di Saddam Hussein, nell'aprile 2003, ed è alimentata dalla vicinanza dell'Iran, paese governato da una teocrazia sciita. Dopo la sua netta affermazione nelle elezioni politiche, la maggioranza sciita, un tempo duramente repressa, è diventata la componente più forte dello stato iracheno, rovesciando i precedenti rapporti di forza. Ma proprio per questo gli sciiti sono i primi a essere presi di mira da attacchi terroristici. Prima dell'attentato alla moschea d'oro di Samarra (quarto luogo santo degli sciiti dove sorgono le tombe del decimo e dell'undicesimo imam e si venera il 12/o imam, il cosiddetto imam nascosto), migliaia di sciiti hanno perso la vita in attentati di matrice sunnita. Molti di questi attacchi sono stati attribuiti o rivendicati dal braccio iracheno di Al Qaida, organizzazione che si ispira al wahhabismo, la corrente ultraconservatrice dominante in Arabia Saudita. La disputa fra sciiti e sunniti risale alle origini dell'Islam. Alla morte di Maometto si doveva decidere chi doveva assumere il comando della comunità. Per gli uni il potere doveva essere affidato a un discendente del profeta: ed erano i seguaci del partito - la shia - di Alì, lo sposo della figlia di Maometto, Fatima. Per gli altri il califfo doveva essere eletto. A prevalere furono questi ultimi, in seguito chiamati sunniti, i seguaci della sunna, la tradizione. Nella pianura di Karbala, in Iraq, avvenne nel 680 il sacrificio del figlio di Ali, Hussein, che fu massacrato con 72 fedelissimi dalle truppe del califfo Omayyade, Yazid. Questo episodio marca la frattura decisiva tra l'islam sunnita e quello sciita.
Ma i seguaci di Alì, da allora, hanno sempre giudicato illegittimo il potere dei califfi. E hanno letto la propria storia come una storia di passione, di martirio e di rivolta. Nelle ultime fasi della Guerra del Golfo, nel marzo del 1991, la Guardia repubblicana di Saddam Hussein represse duramente una rivolta sciita, nata con la speranza di ricevere un appoggio dagli americani. Appoggio che invece non ci fu, e lasciò spazio ad un massacro che secondo alcune fonti causò 15.000 morti. Furono rasi al suolo i centri storici delle città di Karbala e Najaf. A Baghdad migliaia di persone furono uccise nel quartiere di 'Al-Tawrà, noto anche come 'Saddam City' (e ora ribattezzato Sadr City), una fatiscente città satellite alla periferia Nord della capitale a prevalenza sciita. Gli sciiti (il 10 per cento dei musulmani nel mondo) rappresentano il 60 per cento dei 24 milioni di iracheni e sono concentrati nel sud, dove sorgono due delle loro principali città sante, Karbala e Najaf, e in alcune zone di Baghdad. Anche Bassora, la seconda città dell'Iraq, è abitata prevalentemente da sciiti.

I sunniti, che sono rimasti al potere 400 anni, sono circa il 34% della popolazione (14% sono curdi e 20% arabi) e sono localizzati in tutto il Paese, specie a nord di Baghdad, con assoluta prevalenza nella zona detta il 'triangolo sunnità, la roccaforte della guerriglia fra le città di Falluja, Ramadi e Tikrit.
Centrale per l'Islam sciita (oltre al culto degli imam) la figura della suprema Guida spirituale, che, come avviene in Iran, può svolgere anche un importante ruolo politico, mentre per i sunniti l'imam è essenzialmente uno studioso e una guida della preghiera. Per questo motivo, la speranza di scongiurare una guerra civile in Iraq è affidata anche alla massima autorità religiosa sciita, il Grande ayatollah Ali Sistani, di origine iraniana, il quale ieri ha invitato i suoi seguaci a protestare contro l'attentato alla moschea di Samarra.

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