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Mladic, il boia di Srebrenica

Ratko MladicRatko Mladic, nato il 12 marzo 1943 a Bozinovici, paese a sud di Sarajevo vicino alla cittadina di Kalinovik, ha appena due anni quando il padre viene ucciso dagli ustascia croati. La morte del padre lo segnerà per sempre e per tutta la vita odierà sia i croati che i musulmani. Proprio perchè orfano di guerra, dopo gli studi in Bosnia, riesce ad entrare all'accademia militare di Zemun, un sobborgo di Belgrado. Nel 1965 aderisce alla Lega dei comunisti, ma non fa una grande carriera. Nel 1991 è ancora tra i molti ufficiali nel battaglione 'Pristinà che controlla la frontiera tra Albania e Jugoslavia. Quando esplode la guerra con la Croazia quello stesso anno, Mladic con il grado di colonnello assume il comando delle unità dell'esercito federale jugoslavo a Knin, che diventerà di lì a poco la capitale dei secessionisti serbi di Croazia. Di quel periodo si ricordano i pesanti bombardamenti che Mladic ordinò su Zara. Le truppe serbe sparavano dalla montagna che sovrastava la città, tattica militare che Mladic ha sempre preferito allo scontro in campo aperto, che verrà perfezionata sino ad arrivare all'assedio di Sarajevo, Gorazde, Bihac, Srebrenica, per tutti gli anni della guerra in Bosnia. Poco prima dell'inizio della guerra in Bosnia, viene inviato a Skopje per coordinare il ritiro delle truppe jugoslave dopo la proclamazione di indipendenza della Macedonia. «Dobbiamo stirargli la ragione, bombardate senza sosta, non devono mangiare non devono dormire».... questo l' ordine di Mladic, captato nel maggio del 1992 via radio dalla Bbc, con il quale ha inizio l'assedio di Sarajevo e la sua carriera di comandante dell'esercito dell'autoproclamata repubblica serba di Bosnia, anche se resterà per tutta la vita nella lista paga dell'esercito di Belgrado, così come tutti gli ufficiali serbo bosniaci.
In sei mesi di guerra Mladic conquista il 70 per cento del territorio della Bosnia, compito non particolarmente difficile avendo a disposizione la potenza militare dell'Armata popolare jugoslava (Jna) contro bosniaci e croati disarmati e inesperti. La guerra che Mladic conduce in Bosnia diventa il conflitto più sanguinoso in Europa dopo la seconda guerra mondiale. Con ferocia studiata a tavolino, i suoi uomini attuano quella che verrà definita pulizia etnica, due milioni e mezzo di persone verranno cacciate dalle loro terre e dalle loro case per realizzare il disegno della Grande Serbia. Del resto, Mladic amava dire che «da sempre le frontiere sono tracciate con il sangue».

Con lui ritornano in Europa i campi di concentramento nei quali migliaia di prigionieri venivano picchiati, torturati, affamati, e uccisi. Sono i suoi uomini che inventano lo stupro etnico come arma di guerra: le donne violentate dovevano restare in vita solo per generare un bambino serbo, poi potevano essere uccise. Gli obiettivi delle sue artiglierie e dei suoi cecchini erano soprattutto i civili, chiusi nelle città assediate come nelle guerre medievali.
Grazie alla supremazia militare delle sue truppe si comporta come se si sentisse invincibile. Si fa beffe dei caschi blu dell'Onu che centinaia di volte vengono derubati, imprigionati e uccisi. Nel maggio del 1995 ne prende in ostaggio oltre 400, ma si tratterà dell'ultima beffa, Francia, Gran Bretagna e soprattutto gli Stati uniti decidono in quei giorni che la guerra in Bosnia deve finire. Purtroppo non riescono a fermare l'eccidio più sanguinoso. A Mladic non basta la conquista della città di Srebrenica, una delle zone protette dell'Onu. Nei giorni successivi le sue truppe passano per le armi oltre ottomila uomini e ragazzi. L'orrore e l'inutilità di quella carneficina accelereranno la fine della guerra e Mladic passerà alla storia come il boia di Srebrenica. Contro Ratko Mladic, così come contro Radovan Karadzic, il Tribunale penale delle Nazioni unite (Tpi) formalizza, nel luglio e nel novembre 1995, due atti di accusa per genocidio e crimini contro l'umanità. Nel 1996, il Tpi emette contro i due un mandato di cattura internazionale. Nel novembre dello stesso anno, Mladic viene destituito dal comando dell'esercito serbo bosniaco, e i suoi dieci anni di latitanza li passa tranquillamente tra Bosnia e Serbia, protetto dall'esercito dei suoi ex subordinati bosniaci e da quell'esercito jugoslavo di cui ha sempre fatto parte. Tra le vittime della guerra in Bosnia vi è stata anche l'unica figlia di Mladic, Ana, che a 23 anni, nel 1994, si è suicidata a Belgrado. Secondo alcuni per quello che il padre stava facendo in Bosnia, secondo altri per la morte del suo fidanzato che Mladic, per allontanarlo da lei, aveva mandato al fronte.

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