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Confindustria - Montezemolo: meno Stato, più impresa per rendere il nostro Paese più attraente

Luca Cordero di Montezemolo, presidente Confindustria FOGGIA - Preferisce parlare di una situazione nazionale di crisi economica, il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, concludendo i lavori della Seconda Assise degli industriali pugliesi. E quando fa esplicito riferimento alle cose di Puglia non evita due frecciate alle scelte di politica regionale: per l'ingresso al lavoro che ancora fa riferimento a strategie vecchie (anche se senza toccare esplicitamente la riforma dell'apprendistato voluta dalla Giunta) e all'eccessivo «statalismo municipale o neostatalismo di ritorno» di un sistema amministrativo che si occupa anche dei settori che invece dovrebbero essere esclusiva gestione dell'impresa privata.
«In Italia lavorano troppe poche persone - sottolinea Montezemolo - abbiamo un peso fiscale troppo oneroso, un costo dell'energia tra i più cari d'Europa, la piaga del lavoro nero da sradicare perché penalizza le imprese in regola. Abbiamo da compiere scelte responsabili che determineranno la vita dei nostri figli, confrontandoci con numeri da emergenza. Per poter riprendere a crescere dobbiamo rendere nuovamente attraente il nostro Paese, creando le premesse che possano riportare da noi investitori stranieri, i migliori studenti, turismo di qualità».
Montezemolo punta il dito contro i monopoli statali e la burocrazia che toglie ossigeno alla imprese, frenando un mercato che necessità maggiore libertà di manovra.
«Si devono liberare energie ed invece si assiste a livello locale a politiche di statalismo municipale invadenti - spiega Montezemolo - lo Stato si deve occupare solo dei settori dove l'impresa non può arrivare. Se guardo alla Puglia, invece, vedo con preoccupazione a scelte strutturate per consolidare la presenza dello Stato».
Il sogno del Paese di Montezemolo si concretizza in più innovazione, più concorrenza e più solidarietà, all'interno di politiche di concertazione, per mettere insieme quello che ci unisce e non ciò che ci divide.
«Chi viene dopo di noi ci giudicherà per quello che abbiamo fatto - sottolinea in chiusura del proprio discorso - non per le parole dette».
R. Sche.

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