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O il lavoro o il figlio, la maternità è un «handicap»

ROMA - Una donna su cinque, tra quelle occupate al momento della gravidanza (il 20,1%), non lavora più dopo il parto: perchè si licenzia (nel 69% dei casi), perchè è scaduto un contratto che non le è stato rinnovato (23,9%) o perchè è stata licenziata (6,9%). Risorse preziose per l'azienda fino al momento della maternità, le donne sono infatti considerate dopo la nascita di un figlio quantomeno dei casi "problematici". E' quanto emerso da un'indagine condotta su 1.536 aziende e riportata dall'Eurispes nel "Rapporto Italia 2006", presentato oggi a Roma. L'80% dei datori di lavoro intervistati, infatti, ritiene la maternità un problema, in quanto le donne, nel complesso considerate lavoratrici più determinate e affidabili rispetto ai colleghi uomini, tornano al lavoro meno motivate e disponibili.
Dunque, il principio delle pari opportunità, sposato con generosità dagli imprenditori intervistati (il 66,3% si dice disposto ad affidare un ruolo di responsabilità a una donna), sembra crollare davanti alla prospettiva di un figlio. La maternità è considerata un vero e proprio handicap dal 77,3% degli imprenditori. Diversi i problemi ad essa legati: una minore disponibilità della madre lavoratrice (indicata dal 37,9% del campione), le assenze dovute alle malattie del bambino (23,8%), la presenza incostante sul luogo di lavoro (22,9%), i costi aggiuntivi sostenuti dall'azienda (34,4%), la difficoltà di mantenere il posto da parte della madre lavoratrice (22,3%), la mancanza di servizi pubblici esterni all'azienda (22,7%).

SI ALLARGA PERCENTUALE INATTIVE
Non stupisce, in questo quadro, secondo l'Eurispes, che il tasso di occupazione femminile nella fascia d'età compresa tra i 20 e i 49 anni, pari al 56% per le donne senza figli, scenda al 53,6% per le donne con un bambino e crolli al 47% tra quante ne hanno due e al 33,7% tra quelle che ne hanno almeno tre. Così come non stupisce l'allargamento dell'area dell'inattività, attribuibile in gran parte all'effetto «scoraggiamento» delle donne, in particolare quelle meridionali, che hanno rinunciato a intraprendere concrete azioni di ricerca del lavoro. Il peso delle donne sul complesso degli inattivi, pari al 66%, raggiunge infatti il 68,1% al Sud, dove si concentra il 45,6% delle inattive.
L'incremento dell'area dell'inattività, nel terzo trimestre del 2005, è stato particolarmente spiccato al Sud (+3%), dove le inattive sono cresciute del 2,9% e le donne in cerca di occupazione sono diminuite dell'1,8%. Contrariamente a quanto avvenuto al Centro, dove tra il terzo trimestre del 2004 e lo stesso periodo del 2005 il restringimento dell'area della disoccupazione (-0,3% per le donne) si è accompagnato a un aumento dei livelli di partecipazione femminile al mercato del lavoro (il tasso di attività è cresciuto dello 0,5%), che ha portato il tasso di occupazione femminile al 50,8%, al Sud le donne hanno rinunciato a considerarsi forza lavoro e sono uscite dal mercato dell'offerta. Il tasso di attività femminile, dunque, al Sud è diminuito dell'1,5%, mentre il tasso di occupazione ha perso 1,4 punti percentuali, crollando ulteriormente al 29,3%.

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