Domenica 16 Dicembre 2018 | 05:50

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Medioriente: sempre più a rischio il processo di pace

GERUSALEMME - La probabile uscita di scena, almeno sul breve-medio periodo, del 'bulldozer' Ariel Sharon getta nuove ombre sul già problematico rilancio del processo di pace in Medio Oriente, che sembrava essersi fatto più vicino con la morte del suo grande nemico Yasser Arafat, poco più di un anno fa.
La grave emorragia cerebrale che ha colpito il premier israeliano e che nel migliore dei casi lo terrà lontano dalla guida del paese per mesi, interviene probabilmente nel momento peggiore, proprio mentre le timide speranze sbocciate un anno fa sembrano appassirsi. Nei territori palestinesi, in particolare a Gaza, l'anarchia dilaga e l'autorità del presidente Abu Mazen, che avrebbe dovuto essere l'interlocutore di Israele nel rilancio del dialogo di pace, è sempre di più sfidata e indebolita dalle milizie. Più volte nelle scorse settimane sono perfino circolate voci di minacce di dimissioni del rais. Palestinesi e israeliani sono inoltre politicamente in mezzo al guado, alla vigilia di elezioni parlamentari cruciali ma ad alto potenziale destabilizzante. Il 25 gennaio si dovrebbe votare per il parlamento di Ramallah, se Abu Mazen nel frattempo davanti all'anarchia dilagante e con il pretesto del rifiuto israeliano di fare votare i palestinesi a Gerusalemme Est non deciderà un nuovo rinvio. Al Fatah, il partito del presidente, spaccato fra vecchia guardia e giovani dirigenti, rischia di essere superato da Hamas, o quanto meno di uscire fortemente ridimensionato e incapace di formare il nuovo governo senza gli integralisti. A Gaza, ma non solo, i servizi di sicurezza appaiono incapaci di fermare le milizie, e il rischio è di andare a una guerra civile o, come temono diversi analisti, all'instaurazione di uno stato separato integralista nella Striscia. Diversi gruppi armati hanno inoltre deciso di non rinnovare al primo gennaio la problematica tregua in vigore da febbraio, con mille strappi, con Israele. Una ripresa della spirale della violenza appare quindi oggi probabile. Abu Mazen non sembra potere, o volere, disarmare le milizie.
Sul fronte israeliano le elezioni politiche anticipate del 28 marzo avrebbero dovuto essere per Sharon il momento del grande chiarimento. Dopo un anno vissuto fra le minacce e i condizionamenti dei 'ribellì dell'ala destra del Likud, ostili al ritiro da Gaza, il premier puntava su una vittoria netta del suo nuovo partito, il Kadima, attorno al quale avrebbe imposto una 'suà coalizione in grado di andare avanti sulla strada pragmatica di separazione dai palestinesi da lui delineata con lo storico smantellamento delle colonie nella Striscia, che avrebbe diovuto essere seguito probabilmente, dopo le elezioni, da altri disimpegni in Cisgiordania.
Ma per raggiungere questo obiettivo il premier, contando sulla propria enorme popolarità attuale, ha sfasciato il vecchio sistema politico israeliano, attirando a sè, nel nuovo partito, leader e consensi tradizionali delle altre formazioni. Il Likud, da lui lasciato, è sceso nei sondaggi a minimi storici, il suo Kadima avrebbe dovuto diventare subito il 28 marzo il primo partito del paese (con oltre 40 seggi su 120). Anche il Labour del nuovo leader Amir Peretz, ha perso pezzi, con la defezione di Shimon Peres e di altri dirigenti, passati con Sharon. L'uscita di scena del premier creerà una forte instabilità. Non è chiaro se si andrà a una ricomposizione del vecchio quadro politico, o se Kadima sopravvivrà beneficiando comunque di un effetto Sharon. Sembra tuttavia improbabile che un nuovo leader - che sarà forse Ehud Olmert - sia in grado di conquistare rapidamente la fiducia dell' opinione pubblica interna, della leadership palestinese, della comunità internazionale, e la forza necessaria per imporre soluzioni probabilmente dolorose sulla strada della pace in pochi mesi.
Francesco Cerri

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