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Cassano al Real: «soy un afortunado»

Cassano al Real MadridCassano al Real è come un giullare a corte, un cantastorie che ripete «soy un afortunado». Il ritornello è autobiografico, attualizzato nella lingua e sempreverde nel tempo: alla fine di ogni strofa c'è sempre il fine lieto e fortunato. «A Roma mi hanno distrutto» è il primo verso del nuovo ciclo in terra iberica. L'ennesima (mezza) burla di chi adesso farà il giocoliere davanti a Re Juan Carlos nella piazza di Madrid.
Plaza Mayor? No, lo stadio Bernabeu. Quello di Pablito e dell'Italia Mundial. Allora è proprio vero, c'è un destino che conduce nell'arena: dall'astronave del San Nicola al pianeta dei Galacticos, come capita agli extraterrestri del pallone: tanto tempo fa toccò a Di Stefano, che sta lottando tra la vita e la morte, adesso a Raul, Zidane e Ronaldo, fuoriclasse sulla via del tramonto. Il presente e il futuro appartengono a Robinho. E ad Antonio. Il brasiliano, però, non ha spezzato l'incantesimo delle aspettative e, soprattutto, non ha acceso la fantasia della gente «come a Cassano». Sarà perché il barivecchiano è il primo italiano di talento (Panucci non fa testo: è soltanto un difensore), sarà per l'indole caliente, sarà per l'adulazione autentica («il Real Madrid è la migliore squadra del mondo. Realizzo il sogno che ho sempre avuto»).
La città di Bari non ha ricevuto (e non riceverà) tanta ammirazione (e riconoscenza). Il Bari-squadra nemmeno. Si sa: Antonio non ha peli sulla lingua. Matarrese, Fascetti, Capello e Totti sono tra i pochissimi da lui stimati. Tre dei quattro (il presidente e gli allenatori) rappresentano il padre che mai ha riconosciuto davvero (l'ex Pupone potrebbe essergli un fratello, con tutti i dissapori del caso). Ma ormai i tormenti dell'infanzia infelice sono passati, archiviati. La storia è cambiata. «Soy un afortunado», come dimostra la breve carriera.

A Bari esplode il 18 dicembre 1999 nella gara contro l'Inter (un gol nel finale dà il 2-1 ai biancorossi) perché gli altri attaccanti sono in infermeria. Poi, solo sprazzi (come l'acuto in un derby contro il Lecce) fino alla separazione, evidente già mesi prima della fine del campionato e mal digerita dai tifosi, per andare alla Roma. Peggiore è stato l'ultimo periodo con i giallorossi, ma due accadimenti gli hanno spianato la strada per la Spagna: le dimissioni di Arrigo Sacchi, che non lo avrebbe portato al Real, e l'infortunio di Raul. Ma Cassano se la suona e se la canta anche perché è uno tenace, uno che pensa in grande, che punta l'obiettivo e di solito lo raggiunge, se ha stimoli.
Indossata la «camiceta blanca» numero 19, tocca alla maglia azzurra. Il nuovo contratto contempla una clausola invisibile: la convocazione per i Mondiali in Germania di quest'anno. Essere a Madrid è di per sé un lasciapassare: chi oserebbe lasciare a casa una stella? E poi, «soy un afortunado».
Ci sono i soldi, c'è l'amore, presumibilmente ci sarà la gloria. Lippi lo aspetta, anche perché ricorda che agli Europei del 2004 in Portogallo fu Antonio a trascinare l'Italia nella prima fase. Cassano non ha dimenticato come l'entusiasmo del 2-1 alla Bulgaria si trasformò in un attimo (complice il 2-2 in Svezia-Danimarca) in amarezza e pianto. Le lacrime di allora ricordano quelle di Maradona (che si rifece prendendosi la Coppa quattro anni dopo) nel Mondiale spagnolo del 1982 dopo la sconfitta dell'Argentina contro il Brasile, poi eliminato dai ragazzi di Bearzot. L'Italia proseguì trionfando. Era l'11 luglio. Il 12 nacque Antonio. Il quale un giorno disse (credete alle parole di chi ha sentito con le proprie orecchie): «il mio sogno è vincere il Mondiale. E lo vincerò».
«Soy un afortunado».
G. Flavio Campanella

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