Domenica 16 Dicembre 2018 | 00:25

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Liso: la Biagi è solo una legge che mostra i muscoli, a funzionare è il pacchetto Treu

professore Franco LisoUna legge che mostra i muscoli senza alcuna necessità, pesante nella struttura con i suoi 86 articoli ed in alcuni passaggi anche scritta piuttosto male, di rottura con il passato. Il giudizio piuttosto negativo sulla «legge Biagi» è di Franco Liso, ordinario di Diritto del Lavoro presso la facoltà di Scienze politiche della Sapienza di Roma, sottosegretario del ministero del Lavoro con il ministro Treu, con il quale ha collaborato alla stesura dell'ossatura di quella che sarebbe diventata la legge 196/1997, più nota come «pacchetto Treu», che introdusse in Italia come assoluta novità il lavoro interinale. Il professor Liso, bitontino, ha insegnato per circa vent'anni alla facoltà di Giurisprudenza a Bari ed oggi fa parte di quel gruppo di studiosi ed esperti di caratura nazionale, che da più parti sottolineano la necessità di rivedere l'ossatura della legge Biagi.

Dal pacchetto Treu alla legge Biagi intercorrono meno di sei anni, qual è il salto concettuale che li differenzia?
Tra le due norme ci sono elementi di continuità e discontinuità, con più fattori di rottura che linearità. Il salto è prima di tutto dal punto di vista qualitativo, nel senso che in questa legge c'è molto di ideologia, si mostrano i muscoli, quasi che la quantità possa aver luogo rispetto alla qualità. Dal punto di vista tecnico è una legge molto imperfetta ed appesantita.
La prima novità assoluta è che il legislatore si mette nei panni dell'imprenditore e introduce una forte tendenza all'outsourcing, all'appalto esterno di servizi. Si fa entrare la flessibilità all'interno dell'organizzazione imprenditoriale con una modalità che non è detto sia un reale vantaggio competitivo.
La seconda novità è minare il rapporto con la contrattazione collettiva. C'è un'attitudine a supplire in maniera decisa alla trattativa sindacale con alcuni elementi che tendono a sovvertire le regole in atto: ad esempio nel part-time la negoziazione è lasciata direttamente al lavoratore singolo che viene lasciato solo a flessibilizzare il suo impegno a seconda delle necessità dell'imprenditore.

Viene rotto il filo che lega le garanzie del lavoratore al sindacato deputato a portare avanti le richieste del dipendente. Questo indebolisce la catena lasciando il lavoratore solo rispetto al datore di lavoro?
Assolutamente si. Nella legge si dice che se manca l'autonomia sindacale il singolo può provvedere da sé, in questo modo viene meno quel paradigma sempre presente nel diritto del lavoro che il singolo di fronte al datore del lavoro non può che accettare le condizioni, data la chiara posizione di inferiorità. Il dipendente specie se più giovane, non può negoziare effettivamente per spuntare delle garanzie al datore di lavoro.
Poi si è ecceduto e sovrabbondato nelle tipologie contrattuali, ad esempio nel lavoro temporaneo o a disposizione (a chiamata), non si garantiscono le indennità. Al lavoratore viene chiesto che si renda disponibile, ma se poi non viene chiamato non ha niente, questa norma non sta né in cielo né in terra. Però c'è qualcuno che ha avuto il coraggio di scriverlo.

Pensa che quando la legge è stata varata la si dovesse studiare con gli stessi imprenditori?
La verità è che ancora oggi continuano ad assumere attraverso i contratti interinali che c'erano già, utilizzando né più e né meno le possibilità del pacchetto Treu.

Quindi secondo lei gli industriali hanno tra le mani una normativa dalle forti potenzialità, ma che ancora non sanno bene come sfruttare al meglio.
Secondo me devono avere molta paura delle legge Biagi. Ad esempio sugli ex-co.co.co. non c'è dubbio che possano aver continuato a fare contratti che nella pratica sono di collaborazione coordinata e continuativa, mettendo solo in calce un fantomatico progetto, ma non è da escludere che sarà la giurisprudenza a dire l'ultima parola. Ancora non si è aperto questo fronte, ma quando inizieranno a fioccare le denunce... C'è già stata una sentenza del tribunale di Torino che ha dato una lettura restrittiva dei co.co.co trasformati come lavoratori a progetto e questo ha già portato a limitazioni da parte dell'imprenditore ad utilizzare queste figure contrattuali. Queste norme che dovevano dare grandi certezze agli industriali, hanno invece costruito molto materiale che porta al dibattito giudiziario. Alla fine a ringraziare saranno solo gli avvocati. Per ora i lavoratori non stanno facendo ricorso alla magistratura, ma si arriverà a questo livello. Non tutti gli incarichi possono rientrare sotto la forma di lavoro a progetto e l'incertezza normativa si può ritorcere contro gli imprenditori.

Gli industriali sottolineano che la legge Biagi permette di abbattere le percentuali di lavoro nero.
Mi devono spiegare come. I lavoratori a tempo determinato c'erano già prima. Secondo me gli imprenditori hanno paura e lo testimoniano le nuove forme contrattuali sottoscritte dalle parti: sono dettagliatissime, pur avendo larghi spazi di manovra.

Il Governo continua a ripetere che grazie alla legge Biagi c'è stato un aumento dell'occupazione.
Il realtà il Governo era obbligato a metter su un resoconto degli effetti della nuova norma. Doveva nominare una Commissione che raccogliesse ed analizzasse i dati, ma a quello che so io non è stata fatta. Prima che si riescano a raccogliere dati oggettivi e veritieri ne passa di tempo. Gli andamenti dell'occupazione contingenti possono non essere determinati dalla legge Biagi e da tutte queste forme contrattuali nuove, altrimenti lo avrebbero sbandierato. In verità quello che sta funzionando è il pacchetto Treu ed il lavoro interinale.

Per migliorare il mercato del lavoro la strada maestra è riformare gli ammortizzatori sociali. Molti battono su questo concetto per rivedere la Biagi.
Certo, questo è un argomento interessante. L'Ulivo aveva preparato un suo progetto anche se poi bisogna vedere se ci saranno le risorse per realizzarlo. La flessibilità del mercato del lavoro è una realtà dalla quale è necessario partire, ma il modo di ridurre la precarietà è da strutturarsi anche sul piano della previdenza e servizi all'impiego. Bisogna accelerare le informazioni tra chi cerca ed offre lavoro, perché chi è senza lavoro possa trovarne un altro in breve tempo, e che questa fase di transizione da un lavoro all'altro sia coperta da una previdenza adeguata. Oggi il perdere il lavoro non deve più essere un evento eccezionale o traumatico e le situazioni di instabilità devono essere compensate a protezione del lavoratore.

Al momento le leggi sembrano puntare tutte a sostegno dell'impresa «motore dell'economia», ma la strategia è ridurre l'instabilità e la precarizzazione tornando a sostenere il lavoratore «motore dell'impresa»?
Il concetto di base è che sostenere il lavoratore non è mettersi contro l'impresa. In una situazione come questa è tutto interesse dell'industria poter contare su lavoratori tranquilli e soddisfatti. La precarietà si traduce in danno per la stessa azienda, mentre è interesse convergente di tutti sanare questa frattura. A questo punto sarà interessante vedere quale sarà la posizione della Sinistra, perché al suo interno ci sono posizioni che tendono a riportare la situazione al diritto del lavoro tradizionale con il lavoratore al centro di tutti i diritti, obiettivo irrealizzabile alla luce dei cambiamenti che il mercato ha già avuto. La stabilità non si può imporre per decreto, si deve agire su un doppio sistema di incentivi e protezioni, rafforzando la capacità di controllo e di contrattazione del sindacato, con ammortizzatori sociali più capaci, rafforzando i centri per l'impiego. Bisogna avere una visione più completa per parlare seriamente di tutela del lavoratore.

Rita Schena

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