Martedì 22 Gennaio 2019 | 17:49

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L'Italsider già nata senza regole, cambiò per sempre la vita dei tarantini

di MARCELLO COMETTI
Bari, 7 settembre 1957, inaugurazione della Fiera del Levante. Il presidente del Consiglio, il democristiano Adone Zoli, annuncia il progetto di realizzare in Puglia un nuovo impianto siderurgico. La battaglia di Taranto per ottenere la grande fabbrica di acciaio inizia esattamente in quell'istante. Una battaglia aspra, combattuta su più fronti, ma che mobilita tutta intera una città stremata da una crisi economica senza precedenti, senza dubbio la più devastante del dopoguerra. 
L'economia basata sui due «poli» che ne avevano retto le sorti negli ultimi cinquant'anni, l'Arsenale e i Cantieri navali, traballa, non regge all'urto della crisi della navalmeccanica, induce i più ad invocare un nuovo insediamento industriale capace di risolvere magicamente, e tutti insieme, i problemi della comunità. 

«Quando l’Italsider arrivò a Taranto – racconterà mons. Guglielmo Motolese in un’intervista concessa alla “Gazzetta del Mezzogiorno” nel novembre del 2000 – tutti tirammo un sospiro di sollievo, ci sembrò di aver risolto per sempre il problema dell’occupazione. C’era una tale fame di lavoro che i tarantini quella fabbrica l’avrebbero costruita anche in via D’Aquino, in pieno centro…». 

L’avventura dell’acciaio di Stato comincia così, a Taranto, mezzo secolo orsono. E va avanti, in una continua altalena di promesse mantenute e di cocenti disillusioni – per 35 anni, sino all’acquisizione della fabbrica ad opera della famiglia Riva. È in una tersa e afosa mattina estiva, il 9 luglio 1960, che la città assiste col fiato sospeso e con un'emozione tangibile alla solenne cerimonia della posa della prima pietra. Quella che si stava per realizzare era un'enorme foresta di acciaio e di ciminiere, un'astronave fumigante collocata – peccato originale reso possibile dall’insipienza della classe politica dell’epoca - proprio alle porte della città, a ridosso delle ultime case del quartiere Tamburi, ma strategicamente vicina al mare, ai collegamenti viari con Bari e con Reggio Calabria, al nodo ferroviario. Dimensioni enormi - dopo il raddoppio degli anni '70, il centro siderurgico arriverà ad occupare un'estensione di 11 milioni di metri quadri, più altri 4 milioni di metri quadri di aree esterne e cave - per una fabbrica che sorge là dove si estendevano a perdita d'occhio ulivi e filari di vite. In quegli anni, a frotte calavano dal Nord gli inviati dei grandi giornali, impegnati a descrivere il miracolo dell'acciaio di Stato che dispensava benessere e sogni a piene mani. 

Agli occhi di molti la grande fabbrica sembrava mansueta. Operosa e pestilenziale, certo, ma in qualche modo collocata in un contesto non innaturale, quasi che fra il Sud arcaico e contadino del dopoguerra e questo «nuovo» Sud fatto di tute blu e caschi bianchi da operai, non vi fosse una cesura traumatica bensì un quasi fisiologico trapasso verso l'era nuova del benessere. 

Solo pochi - Walter Tobagi, ad esempio, nella sua memorabile metafora del «metalmezzadro», o Giorgio Bocca - capirono che quella foresta di ciminiere rappresentava una sorta di brusca mutazione genetica dentro il Dna rugoso della gente, un passaggio disarticolato e brusco dal rapporto con la Grande Madre (la terra, il mondo contadino) a quello con un Grande Padre (la fabbrica tecnologica) capace di promettere molto a tutti. Il reddito pro-capite nell'area ionica si impenna: era di 102mila lire nel 1951, diventa di 694mila lire nel 1969, di 894mila lire nel 1970 (con la media pugliese ferma a quota 674.900), di 2 milioni e 220.200 lire nel 1976 (in Puglia un milione e 608.100). Nella graduatoria delle province italiane in base al reddito prodotto, Taranto era collocata nel 1951 al 56° posto: nel 1974 era salita di 22 posizioni, collocandosi al 34° e realizzando in questo modo una performance unica nell'intero panorama del Mezzogiorno. Il mercato del lavoro si piega alle esigenze e alle politiche della grande industria. 

Agli inizi degli anni Settanta, in provincia di Taranto, gli addetti al settore industriale passano da 19.359 a 43.018 unità. Un aumento vertiginoso, pari al 121%, di gran lunga il più significativo in Puglia e fra i maggiori del Sud. Basterà una manciata di anni a dissipare i sogni che la fabbrica aveva portato con sé, costringendo alfine anche i più riottosi ad interrogarsi non sulla scelta in sé, ma sull'impatto devastante causato da quel mega-impianto a ridosso della città, sulla sua incidenza in termini ambientali e logistici, sulla sua fisiologica incapacità a produrre un indotto capace poi di muoversi sulle proprie gambe. Una miopia frutto anche di quella sorta di «zona franca» entro la quale la grande fabbrica s’è sempre mossa, sin dal suo insediamento. 

Un ragionamento interessante, questo, che il prof. Roberto Nistri affronta da par suo nel suo ultimo volume della storia di Taranto, « L’età dell’acciaio» (Mandese), e sul quale lo stesso Nistri (intervistato per «Siderlandia») si sofferma. «Non ci fu – dice Nistri - alcuna voce discordante al momento dell’avvio dello stabilimento siderurgico. I primi dissensi provennero da Antonio Rizzo quando l’Asi fornì le prima “licenze in bianco” all’Italsider, senza alcun piano regolatore approvato. Fu concesso all’Italsider di fare e prendere quello che voleva. Anche di realizzare l’area a caldo a ridosso della città, contrariamente a quanto si faceva nel resto del mondo. A Taranto questo fu fatto per risparmiare qualche miliardo per qualche chilometro di nastri trasportatori in più, e ciò fu possibile grazie alle “licenze in precario” concesse dall’amministrazione comunale dell’epoca».

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