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Un ragazzo di 14 anni tra i beati proclamati in Messico

CITTA' DEL VATICANO - Fra i martiri messicani proclamati oggi beati a Guadalajara dal cardinale Jose Saraiva Martins ce n'è uno di appena 14 anni, uno dei più giovani dell'intera storia della Chiesa: Josè Luis Sanchez del Rio, ucciso all'età di 14 anni durante la persecuzione religiosa degli anni Venti in Messico.
Nel corso delle repressioni governative contro i difensori di Cristo, i cosiddetti «cristeros», il ragazzo fu catturato dai militari il 10 febbraio 1928 e costretto a camminare con le mani legate e i piedi sanguinanti fino al cimitero. Inutili, durante il tragitto, le richieste di rinnegare la sua fede. Una volta al cimitero, fu obbligato a scavare la propria fossa e, dopo l'ultimo rifiuto di disconoscere la religione cattolica, ucciso con un colpo di pistola alla testa. Le sue ultime parole furono: «Viva Cristo Re e Santa Maria di Guadalupe».
Durante le beatificazioni di oggi in Messico, la cui celebrazione il Papa ha delegato al cardinale prefetto della Congregazione per le cause dei santi, assurgono agli onori degli altari 13 martiri messicani vittime della persecuzione religiosa durante gli anni venti del '900. Oltre al ragazzo di 14 anni, tra i nuovi beati figurano il sacerdote Josè Trinidad Rangel Montano, il missionario claretiano Andres Solà Molist, e il laico Leonardo Perez Larios, assassinati il 25 aprile 1927 a Rancho de San Joaquin, in Messico.
«Ci troviamo di fronte a tre cristiani, che hanno vissuto la loro fede, la sequela di Cristo, fino in fondo - ha spiegato il postulatore della causa di beatificazione, padre Aitor Jimenez Echabe -. Il padre Ranjel, sacerdote diocesano, nacque in un piccolo rancho del Messico; sentì molto presto la chiamata sacerdotale, ma fino a 20 anni non gli fu possibile entrare in seminario. E da quel momento fu consapevole della sua vocazione al sacerdozio e di quello che comportava: seguire Cristo fino alla morte».
«Padre Solà - ha aggiunto il postulatore -, claretiano nato in Spagna in un piccolo paese della Catalogna, sviluppò in Messico tutto il suo ministero missionario, soprattutto come predicatore. A Leon subì il martirio insieme con gli altri due. L'ultimo è un laico, il signor Perez - ha proseguito -, una persona con una fede molto profonda e, soprattutto, un laico che amava e viveva per l'Eucaristia. L'elemento eucaristico è una realtà molto bella per tutti e tre questi futuri beati. Credo che proprio l'Eucaristia sia stata la loro forza per poter affrontare il martirio».
Padre Jimenez Echabe ha anche ricordato che la persecuzione religiosa in Messico contro la Chiesa cattolico cominciò nel 1926 col presidente Plutarco Elia Calles, prima con l'espulsione dei sacerdoti stranieri, poi l'iscrizione obbligatoria di tutti i sacerdoti messicani in un albo civile, quindi con l'emanazione di 19 norme penali per punire i presti e coloro che non li denunciavano. «Questa realtà - ha sottolineato - cominciò man mano a prendere piede civilmente e portò alla chiusura delle chiese. Non c'era quindi la possibilità di celebrare l'Eucaristia, non c'era la possibilità, se non di nascosto, di ricevere i sacramenti. Il popolo protestò contro la normativa anticlericale e anticattolica del presidente, e scatenò una rivolta. I tre futuri beati l'hanno sempre vissuta dalla parte della fede e mai in maniera violenta, sempre aiutando e mettendo una parola di pace e di amore per quelli che li perseguitavano, come Gesù fece sulla Croce».

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