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In Puglia e Basilicata

Operai e sindacati: « L’azienda è riuscita a dividerci»

08 Novembre 2012

dal nostro inviato STEFANO BOCCARDI

TARANTO - «Ci vogliono dividere. E purtroppo ci stanno riuscendo». Alle quattro del pomeriggio, nella tenda allestita davanti alla portineria «A» dell’Ilva, c’è tanta rabbia e anche un pizzico di sconforto. Come accade già da otto giorni, a presidiare questo avamposto ci sono soprattutto gli operai del Mof (Movimento ferroviario). Sono i compagni di lavoro di Claudio Marsella, il giovane operaio-macchinista che martedì della scorsa settimana ha perso la vita, schiacciato tra la motrice e uno dei vagoni ferroviari che, in perfetta solitudine, stava agganciando. In tutto sono un’ottantina e da allora hanno incrociato le braccia, bloccando, di fatto, tutte le attività di movimentazione ferroviaria all’interno del siderurgico. 

«La verità - dice Francesco Rizzo dell’Usb, il sindacato che dal primo giorno sta sostenendo l’azione dei ragazzi del Mof - è che abbiamo colpito nel segno. L’azienda non lo ammetterà mai, ma è proprio in risposta a questa nostra azione di lotta che l’Ilva ha annunciato di voler sospendere in cassa integrazione duemila operai dell’area a freddo a partire dal 19 novembre. L’Ilva non lo dirà mai, ma lo fa dire ai capireparto e persino a qualche delegato sindacale». «Sì - aggiunge Rizzo - stanno dicendo che è tutta colpa di questi ragazzi. C’è chi li sta calunniando nel vero senso della parola questi lavoratori, la cui battaglia qui a Taranto sembra non interessare a nessuno, a cominciare dall’arcivescovo, Filippo Santoro, e dal sindaco Ezio Stefàno, i quali, invece, solo poche settimane fa, a settembre, si precipitarono ad esprimere la loro solidarietà ai sei operai che si erano arrampicati sul camino “E 312”. In fabbrica, in queste ore, stanno circolando le calunnie più inaudite. Non solo c’è chi sta dicendo, sapendo di mentire, che l’intero reparto (120 operai in tutto, ndr) aveva condiviso il contenuto dell’accordo sottoscritto due anni fa dalla Rsu, accordo nel quale è stato stabilito che si potesse lavorare in solitudine. Ma c’è chi è arrivato persino a dire che i lavoratori del Mof, in virtù di quell’accordo, percepiscono un salario aggiuntivo di 450 euro al mese. Falso. È tutto falso». 

E che intorno alla morte del 29enne di Oria rischi di consumarsi una battaglia fratricida all’interno della fabbrica, lo confermano anche le preoccupazioni crescenti dei vertici provinciali di Fim, Fiom e Uilm, che hanno convocato per questa mattina u n’assemblea proprio per incontrare i lavoratori del Mof. «Noi - dice il segretario provinciale della Fiom, Donato Stefanelli - nonostante le accuse calunniose che continuano a pioverci addosso, vogliamo ribadire a questi lavoratori che continueranno ad essere tutelati. Ma vogliamo anche rigettare al mittente tutte queste accuse volgari nei nostri confronti. Qui veniamo accusati di omicidio. Non è tollerabile». Stefanelli, che ieri mattina ha riunito in fabbrica l’attivo dei delegati Fiom, trova anche l’occasione per ribadire tutta la «contrarietà » del suo sindacato (ha proclamato lo «stato di agitazione») nei confronti dell’azienda che martedì scorso ha annunciato di voler procedere alla sospensione in cassa integrazione di duemila operai dell’area a freddo. 

«Finora - dice Stefanelli - si tratta di un annuncio, non confermato da nessuna comunicazione formale né tanto meno dall’attivazione della procedura che, lo ricordo, è statblita per legge». U n’osservazione, quella di Stefanelli, condivisa anche dal segretario provinciale della Uilm, Antonio Talò, il quale, sull’argomento, ma anche sulla volontà espressa dalla stessa azienda di non rispettare le prescrizioni inserite nell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), pronuncia parole davvero inedite. «Noi - dice Talò alla Gazzetta - già martedì abbiamo fatto sapere all’azienda che non condividiamo affatto questo suo modo di procedere. Se l’Ilva vuole mettere in moto un tentativo di ricatto occupazionale, è bene che sappia che ha sbagliato tempo e modo. Questa cassa integrazione non ha alcuna giustificazione. È solo un ricatto. È un gioco pesante». 
«All’azienda - aggiunge Talò - abbiamo dato tempo sino a lunedì per una risposta coerente. Se, come accade ormai da venti giorni, il presidente Bruno Ferrante continuerà a sottrarsi ad ogni forma di confronto, la protesta dei lavoratori sarà inevitabile. Ma, voglio dirlo chiaro, ad intervenire deve essere anche e soprattutto il governo. Ha fatto bene il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, a convocare l’azienda per venerdì (domani per chi legge, ndr), ma è ora che il governo non si limiti a chiedere all’Ilva che cosa intende fare. È ora che pretenda dall’Ilva tutte le risposte che finora non ha dato. È finito il tempo delle parole. Ora ci vogliono i fatti. E i Riva e Ferrante, invece di porre condizioni, devono dirci finalmente che cosa intendono fare. E farebbero ancor meglio se, oltre che al governo, andassero a dirlo in Procura». Parole davvero inedite o comunque mai pronunciate così chiaramente dal segretario della Uilm, che nel siderurgico ionico è il sindacato più rappresentativo nonché quello che nelle scorse settimane è stato da più parti accusato di aver fatto (insieme con la Fim) da cinghia di trasmissione dell’azienda nella battaglia, a colpi di scioperi e blocchi stradali, con la magistratura.
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