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La verità dell'Onu sull'omicidio del premier libanese Hariri: 4 mesi d'indagine, 5 sospetti e 4 arresti

NEW YORK - Il rapporto della Commissione di inchiesta Onu punta il dito contro Jamil al Sayyed, ex capo dell'intelligence libanese, e quattro alti funzionari siriani per l'assassinio dell'ex premier libanese Rafik Hariri, notoriamente su posizioni antisiriane. Il documento, ottenuto dall'emittente statunitense "Cnn", accusa Maher al Assad e Assef Shawkat, rispettivamente fratello e cognato del presidente siriano, Bashar al Assad; Hassan Khalil, ex capo dei servizi segreti di Damasco; e Bahjat Suleyman, amico del presidente, di essere coinvolti nella pianificazione dell'attentato avvenuto lo scorso 14 febbraio sul lungomare di Beirut.
Sayyed e altri tre alti ufficiali libanesi - Ali Haj, ex direttore delle forze di sicurezza interne; Raymond Azar, ex capo dei servizi segreti militari; e Mustafa Hamdan, capo della guardia presidenziale - sono stati arrestati nelle passate settimane, su indicazione della commissione Onu.
Nel rapporto, firmato del magistrato tedesco Detlev Mahlis, si legge: «Molti indizi puntano direttamente contro ufficiali della sicurezza siriana e indicano che questi ultimi sono stati coinvolti nell'omicidio». I componenti della commissione Onu lamentano la scarsa collaborazione fornita dalle autorità di Damasco durante l'inchiesta e denunciano testimoninze false e tentativi di depistaggio. «Le accuse e le controaccuse rivolte a Hariri nel periodo precedente al suo assassinio confermano la conclusione a cui è arrivata la Commissione e cioè che il movente più probabile dell'assassinio fu politico», si legge nel documento.
Secondo i membri della commissione, la preparazione dell'attentato aveva richiesto diversi mesi: i movimenti dell'ex premier erano stati studiati attentamente. La dinamica e la portata dell'attacco, nel quale è stata impiegata una tonnellata di esplosivo militare, «escludono che possa essere stato portato a termine senza il benestare degli alti gradi del servizio di sicurezza siriano» e senza la «collusione della controparte libanese».
Nonostante i quattro mesi di indagine, i 400 testimoni ascoltati e le 60.000 pagine di documenti studiati, gli esperti inviati da Palazzo di vetro considerano «incompleta» l'indagine e invitano le autorità giudiziarie libanesi ad approfondire l'inchiesta partendo dal punto in cui loro si sono fermati.
L'inchiesta Onu lascia molti punti in sospeso: non è ancora chiaro, per esempio, il tipo di congegno usato per attivare l'esplosione della carica, piazzata sotto l'asfalto. La vettura dell'ex premier era dotata di un sistema elettronico contro l'attivazione di esplosioni a distanza, il che fa pensare all'intervento di un kamikaze.

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