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Fazio, dodici anni al timone della Banca centrale

Antonio FazioDodici anni al timone della Banca d'Italia. Dodici anni da cattolico, rigorista, sostanzialmente euroscettico e fortemente 'italianistà. Antonio Fazio, è stato il Governatore del passaggio epocale dalla lira all'euro, e quello dei richiami fermi al rigore nei conti pubblici, ma rischia di essere ricordato soprattutto per il passo falso di fronte alle offerte straniere e per la gestione «personalistica» dei giochi di potere nel mondo del credito.

Fazio, dopo una lunga carriera tutta tra le mura di Palazzo Koch, viene nominato Governatore il 4 maggio del 1993. Il Consiglio Superiore di Via Nazionale lo chiama a succedere a Carlo Azeglio Ciampi, incaricato il 26 aprile di formare il nuovo Governo dopo le dimissioni di Giuliano Amato.

La scelta del massimo organo della banca centrale, quando tutti i pronostici sono per il candidato di Ciampi, Tommaso Padoa Schioppa, e per l'allora direttore generale Lamberto Dini, cade sull'allievo di Franco Modigliani, cresciuto in casa. Un allievo che, nel pieno della rivoluzione innescata da Tangentopoli, raccoglie il consenso di tutta l'area moderata e cattolica. A partire dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro che, secondo le cronache dell'epoca, ricopre un ruolo chiave nella scelta dell'ottavo Governatore della Banca d'Italia. E anche il segretario della Dc, Mino Martinazzoli, e la Chiesa, seppur con discrezione, appoggiano la scelta.

Da allora, «l'uomo di Alvito» costruisce la sua fama di autorità senza etichette, riconosciuta trasversalmente da destra a sinistra, che fonda il suo potere su due punti fermi: l'indipendenza dell'istituzione di cui è a capo e la sua imparzialità nella contesa politica. Tanto da essere ipotizzata, in più occasioni e da tutti e due gli schieramenti, un suo passaggio alla politica attiva, sulle orme dei suoi illustri predecessori Einaudi e Ciampi. Più volte corteggiato da Berlusconi, fino ad essere indicato da molti come il candidato per la sostituzione di Tremonti al ministero dell'Economia, anche D'Alema avrebbe pensato di offrirgli il ministero del Tesoro nel suo governo-bis.

Il suo rapporto con i Governi che si sono succeduti ha vissuto comunque di alti e bassi. Un'altalena che ha visto il suo punto più basso nelle durissime critiche ricevute da Giulio Tremonti sulla gestione dei crack Cirio e Parmalat e il suo punto più alto appena pochi mesi fa, prima che le offerte lanciate dalle banche straniere lo travolgessero. Con l'uscita di Tremonti dal Governo prima e con le scelte della Camera sul ddl risparmio poi, sembrava che Antonio Fazio avesse vinto su tutta la linea: nessun trasferimento dei poteri di controllo della concorrenza bancaria da Banca d'Italia all'Antitrust, nessuna cancellazione del mandato a vita per il governatore.

Con il Polo, dopo la fiducia iniziale, i rapporti non sono certo stati idilliaci. Fazio si aspettava più coraggio sulle riforme strutturali a partire da quella delle pensioni. Così, nel giro di tre anni, i suoi giudizi cambiano. Se nel 2001 era il momento del miracolo economico, tre anni dopo l'Italia è vicina al declino. Se tre anni prima le infrastrutture rappresentavano la spinta keynesiana per attivare investimenti e consumi, nel 2004 i soldi spesi sono finiti nel cestino. Se i tagli fiscali erano la ricetta per dare slancio all'economia, dopo tre anni di Governo Berlusconi bisogna stare attenti a sforbiciare il prelievo fiscale dimenticando di mettere a posto i conti pubblici. Se nel 2001 bisognava far emergere il lavoro irregolare, dare una spinta alla flessibilizzazione del mercato del lavoro, dopo la cura della Casa delle Libertà occorre non solo concertare con le parti sociali, ma condividere le scelte.

Polo ma non solo. Tornando indietro nel tempo, non sono mancati i contrasti con l'Ulivo. Prima le diverse posizioni sull'euro: convinto euroscettico Fazio, euroentusiasta Prodi. Poi, il risanamento attuato dai governi di centrosinistra che non ha mai ottenuto 'la promozionè di via Nazionale, con la critica per l'eccessiva crescita del fabbisogno che, nell'ottica del Govenatore, ha prodotto l'extradeficit denunciato da Tremonti dopo la vittoria dalla Cdl nel 2001. Poche volte ottimista, spesso ostinato nel ribadire la necessità di dare svolte tempestive sul fronte delle riforme strutturali. Per anni le previsioni di sviluppo della Banca d'Italia sono sempre state più prudenti rispetto a quelle formulate dai governi.

Nonostante ciò gli attacchi più duri al Governatore sono arrivati per il suo interventismo negli assetti della finanza nazionale. A partire dalla battaglia per la guida di Mediobanca e per il controllo di Generali, passando per la vicenda Fiat in cui il Governatore è sceso pesantemente in campo per contrastare il progetto «targato Mediobanca», che avrebbe portato al timone del Lingotto Enrico Bondi. Poi, e si arriva all'attualità, la gestione delle grandi battaglie per il controllo di Bnl e Antonveneta, con le accuse di favorire apertamente le cordate italiane e i compromettenti legami con il protagonista indiscusso della stagioni delle grandi opa, l'amministratore della Popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani.

Un capitolo a parte merita il passaggio dei crack finanziari. Il 10 gennaio 2003 scoppia il caso Parmalat. E' la scintilla dello scontro tra il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti e il Governatore della Banca d'Italia. Il mondo politico si divide tra coloro che difendono l'operato della Banca d'Italia e coloro che voglione metterla sul banco degli imputati. Tremonti risponde a tutti con la presentazione del ddl per la tutela del risparmio che punta a ridurre i poteri di Via Nazionale depotenziando, di fatto, Fazio. Immediata la reazione del Governatore che giudica «inaccettabile» un intervento «su una materia così delicata» prima che sia «esaurita la fase di confronto politico in Parlamento».

Un altro passaggio chiave del «regno» di Fazio è l'introduzione dell'euro e la scomparsa delle valute nazionali, che cambia anche le prerogative della banca centrale. All'inizio del mandato Fazio è il Governatore di una banca centrale che stampa la lira, appena uscita da una paurosa svalutazione che la schiaccia alla coda del serpente monetario europeo. Dal Gennaio 2002 è uno dei 15 responsabili della politica monetaria di un colosso mondiale, la Bce, che, guidata da Francoforte, dà filo da torcere al dollaro. Un evento epocale che Antonio Fazio ha sempre vissuto con prudenza e distacco.

Non mancheranno mai, nei suoi discorsi ufficiali, i riconoscimenti della «portata storica» del passaggio all'euro ma non nasconderà mai i suoi timori per gli effetti sulla struttura produttiva del paese che non potrà più godere dei vantaggi di una moneta debole in funzione di sostegno alle esportazioni. Pur senza essere apertamente contro l'ingresso nell'euro Fazio non ha mai mancato di sottolineare i rischi per il nostro paese e la sua impreparazione a competere in un sistema più ampio. Tanto che Romano Prodi si lasciò andare, una volta acquisito il risultato, ad un virulento «se fosse stato per il Governatore non saremmo mai entrati nell'euro».

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