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Terremoto in Asia - Il dramma dei bambini

NEW DELHI (India) - «L'orrore della situazione supera l'immaginazione». Le parole del ministro degli Interni pakistano, Sherpao, fotografa situazione in Pakistan il giorno dopo il grande terremoto che avrebbe fatto, secondo stime di esponenti del Governo, tra i 20000 e i 30000 morti. Anche se non si può ancora parlare di "giorno dopo": ad Islamabad è ancora piena emergenza, non si hanno notizie di molti villaggi in Kashmir e il Paese tutto è ancora scosso da numerosi terremoti, alcuni anche molto violenti.
È in Kashmir, come nella regione di nord ovest, che la situazione è peggiore: si cercano sopravvissuti, anche se sembra impossibile che ve ne possano essere. Piccole case spazzate via in un attimo; quelle che non sono crollate per il terremoto l'hanno fatto a causa delle numerose frane. A pagarne le conseguenze molti bambini. Due scuole rase al suolo, oltre 400 le piccole vite spezzate. A Balkot la situazione più drammatica: si scava con qualsiasi mezzo per tentare di salvare qualcuno.
«Avevamo tre scuole in città - racconta Mohammed Iqbal, un soldato del villaggio di Patangi a 7 km da Balakot -, una elementare, una media e una per ragazze e sono crollate tutte. Su 190 bambini ne abbiamo trovati solo 40 vivi. Gli altri sono rimasti intrappolati e probabilmente sono morti. Seppure riuscissimo a superare questa prova, che ne sarà di noi? Una intera generazione è stata spazzata via».
Abdul Rashid, un ufficiale governativo, racconta che a Balkot andavano a scuola i bambini di tutti i villaggi vicini.
«Non se ne è salvato nessuno, non trovo neanche i miei figli. Che senso ha - si chiede - essere rimasto in vita?».
Molti soccorritori solo nelle ultime ore sono riusciti ad arrivare sui luoghi più colpiti e i racconti sono agghiaccianti. «Sono arrivato nei pressi della scuola - racconta Ahmed Balaq, un militare - con i compagni del mio battaglione ed ho avuto paura. Intorno a noi solo distruzione, case crollate, macerie ovunque e genitori che urlavano il nome dei loro figli. È tutto inutile, è finito tutto».
Giungere sul posto è stato difficile. Intorno alla zona devastata, molte montagne e le strade che normalmente vengono usate di per sé non rendono agevoli i trasferimenti.
Le frane seguite al terremoto hanno «cancellato» molte strade e la geografia della zona è cambiata.
I militari dell'esercito hanno difficoltà anche a raggiungere le postazioni dei colleghi che hanno perso la vita nel crollo delle costruzioni.
Musharraf si è appellato al mondo intero per ottenere aiuti, medicine tende e generi di conforto soprattutto. L'India ha risposto immediatamente, nonostante i problemi fra i due Paesi, e i morti che ha registrato nella sua parte di Kashmir.
Oltre 700, secondo le ultime stime. E comincia la guerra tra i poveri. «Ci hanno abbandonati - lamenta Najum Islam, un religioso musulmano del Kashmir indiano -, non ci vengono ad aiutare. Il governo indiano non si interessa di noi. Se il terremoto fosse capitato in zona indù sarebbe stato diverso. Ma noi musulmani, in una zona contesa, non interessiamo a nessuno. E moriamo senza aiuti».

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