Martedì 11 Dicembre 2018 | 19:57

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Lecce e Bari si sentono grandi

Il tempo dirà se l'esonero di Gregucci e l'ingaggio di Baldini riusciranno a risollevare il Lecce. Se davvero la soluzione possa essere la sostituzione del tecnico. L'impressione, ma non ci sarà mai una prova contraria, è che il successore di Zeman non abbia potuto incidere perché travolto da una crisi che chiama in causa tifoseria e società.
Del resto, l'ex allenatore della Salernitana lo scorso anno riuscì a salvare i campani trascinandoli fuori da un tunnel che pareva senza uscita. Gli errori più evidenti commessi in Puglia sono stati due: l'aver improntato la preparazione su una crescita atletica graduale, mentre lo scorso anno Zeman decise strategicamente di puntare su una partenza sprint, e non aver saputo contrastare l'involuzione, prevalentemente mentale, di alcuni elementi cardine (Ledesma e Cassetti su tutti). A ciò vanno aggiunti gli imprevisti: ad esempio, gli infortuni di Giacomazzi e Vucinic.
Voltata pagina, si è deciso di puntare su un professionista che meglio di Gregucci dovrebbe assecondare le aspettative della gente e della curva in particolare. In effetti, la discontinuità rispetto al recente passato era parsa evidente: da un integralista che puntava tutto sul gioco offensivo a un ex difensore che ha sempre ritenuto prioritaria la fase difensiva, tanto da aver, per dirne una, messo in discussione l'inamovibilità di uno dei gioielli della rosa: Rullo.
Baldini dovrebbe rappresentare la sintesi dei due concetti. Insomma, un modo per venire incontro ai desideri del popolo senza snaturare la scelta di affidarsi a qualcuno che riesca a porre un argine alle voragini che lo scorso anno hanno fatto del Lecce la squadra più trafitta del campionato. Solo che, al di là, dei numeri e delle opinioni (nel calcio, come nella vita, è meglio essere zemaniani o no?), resta il fatto che il boemo era riuscito a dare un'identità alla squadra che adesso manca.
La spaccatura, però, va oltre il momento specifico e riguarda le aspettative della città, che ha scoperto, attraverso Zeman, che il Chievo, l'Udinese, il Palermo (lasciamo stare la Fiorentina e la Sampdoria, che hanno già attraversato periodi luccicanti) possono essere imitati. C'è insomma un'evoluzione sottaciuta: Lecce vuole crescere e ha capito che può farlo. Cerca chi può sostenerne le ambizioni, convinta che ce ne siano le potenzialità e le possibilità. Nessun'altra tifoseria avrebbe minimizzato la cessione di Bojinov nel bel mezzo del torneo, il cui impatto è stato ammortizzato dall'esplosione di Vucinic. Solo che si sa già che il montenegrino sarà uno dei prossimi a partire in cambio di soldi.
Qui non si vuole contestare schematicamente una gestione. Anzi, è da invidiare quello che ha fatto la dirigenza leccese, che ha costruito un settore giovanile con i fiocchi, che ha mantenuto in serie A un club da sempre posizionato nelle categorie inferiori, che è stata abile nel tenere d'occhio i bilanci. Ma la realtà è un'altra: Lecce ora è consapevole ed ha le sue ragioni. Se Corvino lascia il Salento, significa che c'è un tetto alle strategie, come da Zeman sottolineato ("qui si accontentano della salvezza").
Da considerare, a proposito del contrasto tra tifoseria e società altri due aspetti, uno senz'altro condivisibile. Se il dissenso sull'arrivo di Regalia ha motivazioni quasi esclusivamente campanilistiche (è un ex del Bari), quel che i vertici dei salentini
hanno sottovalutato è l'insofferenza dei tifosi per il mancato rinnovo del contratto con Sky. L'offerta della tv satellitare sarà senz'altro inferiore ai valori di mercato, ma rinunciare a parte degli introiti previsti avrebbe significato venire incontro alla esigenze della gente. Perché è troppo semplice affermare: basta un decoder e la smart card ricaricabile (vedi digitale terrestre). Bisogna fare i conti con abbonamenti già sottoscritti e automaticamente rinnovati. L'utente si ritrova a dover sborsare altri quattrini.
Il caso Lecce ricorda, per molti degli aspetti, quello che accade a Bari ormai da qualche anno. Il dissenso in Curva Nord alla fine di Bari-Catania è emblematico. Poche centinaia di ultras (che hanno deciso la non belligeranza e che, tra l'altro, sono stati e sono in disaccordo tra loro) non rappresentano la maggior parte degli appassionati. A dimostrarlo sono, se non altro, gli ampi spazi vuoti che presenta lo stadio San Nicola durante le partite interne dei biancorossi. Il sostegno dei cosiddetti fedelissimi va rispettato (ci mancherebbe), ma a volte appare una presa in giro (verso se stessi, verso gli altri). A circa un quarto d'ora dalla fine della partita con il Bologna, mentre una squadra senza gioco, senza idee e senza gambe cercava invano di rimediare il risultato, si ascoltava: «Forza Bari, vinci per noi. Forza Bari, la curva è con te». Dieci e lode per la incrollabile fiducia, ma sarebbe stato già audace pensare di pareggiare.
A parte i dettagli, di solito significativi, ancora una volta a Bari si ha la sensazione di dover ricominciare. E qui ci riferiamo alle questioni tecnico-tattiche (altre occasioni ci saranno per ribadire il resto). Un anno intero con Carboni non è servito a preparare un salto di qualità se siamo al punto che segue: possibile che se in questa squadra manca Carrus, non c'è un uomo in grado di sostituirlo?
Si vede che la squadra ha ormai assimilato un minimo di organizzazione, ma il confronto con i felsinei ha confermato, innanzitutto, che ci sono difficoltà nell'individuare un uomo d'ordine (Rajcic non ne ha le caratteristiche, si va avanti con esperimenti come La Vista, visto che Berardi dimostra di essere acerbo e non lo si vuole gravare di eccessive responsabilità). Alla squadra di Ulivieri è bastato bloccare le fasce laterali per mettere i biancorossi in soggezione. Possibile che non si sia pensato a questo (e ad altro) durante il mercato?
G. Flavio Campanella

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