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Berlusconi alla prese con alleati, ma la coperta appare un po' troppo corta

ROMA - Silvio Berlusconi prova a gettare sul tavolo il proprio peso per la riforma proporzionale, respingendo l'accusa che sia una legge «truffa» quella proposta dalla Cdl, e sottolineando che quello proporzionale è il sistema che rispecchia con più precisione gli orientamenti dell'elettorato. Ma le divisioni nella Cdl ed il rifiuto dell'Unione sembrano il preludio ad un voto nel 2006 con il vecchio 'mattarellum'. Una volta fatta la scelta del proporzionale, Berlusconi si trova impegnato contemporaneamente su due fronti, uno interno ed uno esterno alla sua coalizione.
All'esterno, deve cercare di stanare in qualche modo l'Unione, o almeno i settori più sensibili al richiamo della proporzionale, dal totale rifiuto su cui resta attestata; all' interno, si trova a fare da arbitro fra l'Udc, che vuole la proporzionale subito, ed An, che vuole prima la riforma costituzionale (con la 'norma anti ribaltonè) come polizza contro il rischio che i centristi, o chiunque altro, possano interpretare la proporzionale come mani libere dal vincolo di coalizione.

Difficile dire quale dei due fronti sia più difficile da gestire per il presidente del Consiglio; ma certamente, quello interno gli dà i problemi più gravi. Se la Cdl non si presenta compatta all'Unione, le già scarse speranze di aprire un confronto con l'opposizione diventano praticamente nulle. Tanto più dopo che, anche oggi, il capo dello Stato ha lanciato un invito, quello ad usare i «pochi mesi» di fine legislatura per risolvere i «problemi più urgenti», che l'opposizione ha intepretato unanimemente come sollecitazione a lasciar perdere la riforma elettorale (ed a pensare, semmai, all'ultima finanziaria della legislatura).

Berlusconi ha quindi bisogno di una Cdl compatta, se vuol giocare fino in fondo la carta della riforma elettorale. Per questo, appena rientrato da New York, ha convocato un vertice di maggioranza ed ha lanciato un messaggio conciliante sia per l'Udc che per l'opposizione, assicurando che non avrebbe significato escludere i voti dei partiti sotto il 4% dal conteggio necessario per attribuire il premio di maggioranza alla coalizione. In questo modo, Berlusconi ha fatto un passo verso l'Udc, che sosteneva questa posizione, ed ha tolto dal tavolo l'argomento più controverso e più usato dall' opposizione, quello per cui la Cdl vorrebbe la riforma per vincere, sfruttando la maggior frammentazione degli avversari.
Ma la coperta tirata dal premier sembra troppo corta per coprire tutte le posizioni nella Cdl: più che in un vertice, l'incontro di oggi si è così risolto una teso faccia a faccia tra Fini e Follini, con Berlusconi in mezzo costretto nel ruolo più dell'arbitro che del leader della coalizione. Mentre la tempistica delle riforme finisce per assumere un'importanza politica dirimente.
La richiesta di An di approvare prima la riforma costituzionale provoca infatti l'irrigidimento dell'Udc, che non accetta quello che considera un tentativo di Fini di dipingerla come un partito che vuole stare con un piede nella coalizione ed uno fuori, se non già pronto a lasciare la compagnia.
La Cdl si trova così con l'Udc che reclama la proporzionale come priorità e non ritira nè la minaccia di correre da sola, nè la richiesta di un altro candidato per Palazzo Chigi; An che mostra di diffidare dei centristi; e la Lega che, come ha detto Maroni, considera «ovvio» ciò che l'Udc contesta, ossia che la riforma costituzionale, con la devolution, viene prima della proporzionale. In mezzo, c'è Berlusconi che dopo essersi speso per la riforma, non sembra in grado di sbloccare la situazione.
Nè sembra possibile che un qualche aiuto possa arrivargli dall'opposizione. Anche i proporzionalisti dell'Unione, da Bertinotti a Mastella, ritengono che la riforma sia materia per la prossima legislatura. E chi si spinge fino a non escludere in linea teorica il dialogo con la maggioranza, come Violante e Castagnetti, pone condizioni, come l'azzeramento della proposta della Cdl e l'impegno a non approvare la riforma con i soli voti del centro destra, che suonano come una condanna a morte per una riforma che avrebbe bisogno di tempi rapidi di approvazione, e sulla quale l'Unione non ha alcun interesse a dividersi.
Inoltre, e non è il fattore di minor peso, ad essere più radicalmente contrari ad aprire il dialogo con la Cdl sono proprio Romano Prodi ed i suoi, che ripetono l'accusa alla Cdl di voler imporre una legge che «è solo negli interessi della coalizione di governo». E che mettono sotto accusa in primo luogo l'Udc che, per Franco Monaco, vuole la proporzionale solo per sfilarsi in qualche modo da una coalizione considerata perdente.
Giovanni Graziani

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