Archinà-story, un grande avvenire dietro le spalle

di DOMENICO PALMIOTTI
 
TARANTO - L’ultima apparizione pubblica di Girolamo Archinà, il consulente dell’Ilva licenziato dopo quello che è venuto fuori dalle intercettazioni, risale a giovedì pomeriggio. Direzione Ilva, sala conferenze: Bruno Ferrante, nuovo presidente dell’azienda da meno di un mese, è appena tornato da Bari dal vertice col ministro Corrado Clini e il governatore Nichi Vendola. Un incontro nel quale Ferrante ha annunciato al ministro che l’Ilva , da quel momento, avrebbe deposto l’ascia di guerra: niente più ricorsi in Tribunale. Su tutto. A partire dalla revisione dell’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale. «Bisogna ridurre la litigiosità e confrontarsi serenamente » scandisce quel pomeriggio Ferrante davanti ad un gruppo di giornalisti e telecamere. Accanto a lui, i portavoce dell’azienda, Alberto Cattaneo e Andrea Rogazione, e più in là, alla punta del tavolo, c’è Archinà che ascolta in silenzio. 

Sebbene abbia già parlato a Bari in Regione, Ferrante decide di ripetere le stesse cose a Taranto per essere ancor più chiaro: l’Ilva di Ferrante è e sarà diversa da quella che avete sinora visto. Chissà cosa in quel momento avrà pensato Archinà. L’onda delle intercettazioni, che lo vedono intervenire e premere su chi avrebbe dovuto decidere sull’Ilva o valutarne la situazione, deve ancora travolgerlo. Ma basterà che quelle frasi, quei brandelli di conversazione, escano e diventino pubbliche sui giornali, che per Archinà la sorte sia segnata. Via dall’azienda. Defenestrato con una nota di poche righe che arriva sabato pomeriggio. 

Archinà ha detto che il suo licenziamento era nell’aria e che quel comunicato è stato concordato. Può darsi. Ma chissà quanto devono essergli pesate quelle parole trancianti per uno come lui che, figlio della vecchia logica democristiana, era abituato a tessere, trattare, mediare, ascoltare, esaudire. E a intervenire dove fosse necessario. Non era un uomo-ombra. Per niente. L’Ilva non l’ha mai tenuto nascosto. Tanto per fare un esempio, ogni qualvolta Emilio Riva ha partecipato alla festa dei Carabinieri era Archinà ad accompagnarlo. Lunedì scorso, quando in Confindustria a Taranto si è parlato dell’Ilva, per l’azienda c’era lui. E così in tante altre occasioni. Quando ci sono stati in Regione gli atti d’intesa fra l’Ilva e le istituzioni locali, Archinà era lì, nelle sale di Lungomare Nazario Sauro a Bari dove ha sede la presidenza. Da Fitto a Vendola, da Florido a Stefàno, e prima ancora la Di Bello, 

Archinà ha incontrato tutti e conosciuto tutti. Certo, non firmava lui gli accordi, ma di sicuro preparava la strada e accorciava le distanze fra le parti. E vi pare che se i Riva non si fidassero di lui, lo avrebbero tenuto per tanto tempo in quel posto? Tarantino, Archinà nasce democristiano. E certamente nell’animo lo è ancora. Negli anni ‘70 era consigliere di quartiere per la Dc nella Città vecchia. Vicino all’ex deputato e sottosegretario Domenico Amalfitano, Archinà non ha mai tentato il grande salto nella politica. Dopo alcuni anni nella mitilicoltura («mi dette una mano a risolvere un problema che avevamo con le cozze», ricorda Mario Guadagnolo, sindaco socialista di Taranto nella seconda metà degli anni ‘80), all’Ilva comincia a far strada e ad emergere con Giovanni Nocca, ingegnere e responsabile dell’ambiente. Nocca veniva dall’Ilva pubblica ma Riva lo confermò nel ruolo. 

Se Nocca era il tecnico, Archinà era il politico, nel senso che il primo si occupava dei progetti e degli interventi e il secondo di come metterli a conoscenza delle autorità pubbliche e di come farli passare ed approvare. Meglio: creava le condizioni perchè le parti si trovassero d’accordo. E che il confronto scivolasse senza troppi attriti. Consociativismo? Vecchia mediazione diccì? Capacità nel capire come va il mondo e soprattutto di come si tengono i rapporti? E chi puo dirlo. Un dato però è certo: se le intercettazioni evidenziano questo ruolo di pressing di Archinà sull’Arpa collocandolo temporalmente nel 2010, lui i ponti fra Ilva e mondo della politica e delle istituzioni li aveva gettati da ben prima. Per non dire poi della sua capacità di muoversi nel sociale a 360 gradi. 

A Taranto non è un mistero che l’Ilva anni fa si sia fatta carico di alcuni lavori alla chiesa di Gesù Divin Lavoratore nell’inquinato rione Tamburi e di come a raccogliere l’invito del vescovo sia stato proprio Archinà. E ancora: dall’intervento (poi sfumato) dell’Ilva nella crisi finanziaria del Taranto Calcio al ripristino delle fontanelle al cimitero di Taranto senz’acqua da troppi anni, Archinà è stato presente in più ambiti. Gli piaceva. Magari lui dirà che in questo modo si è reso utile a Taranto e che Taranto l’ha cercato. Chissà se stesse pensando ad altre iniziative. Ferrante però lo ha fermato. Senza dialogo. Con poche, nette righe di un comunicato diffuso nel pieno della bufera.
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