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Con la fine dell'occupazione israeliana i pescatori palestinesi sognano di riprendere il largo

GAZA - Il porticciolo di Gaza non è mai stato così animato e colorato come in questi giorni. Su ogni barca sventola la bandiera palestinese e i pescatori, con il volto bruciato dal sole e il classico berretto da lupo di mare, sorridono mentre riparano le reti. Un clima disteso che non si registrava da tempo tra la gente di mare di questo lembo di terra dall'antica ma ormai quasi perduta tradizione marinara. Il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza sarà seguito, con ogni probabilità, dalla costruzione di un grande porto commerciale dove, sperano i palestinesi, faranno scalo i mercantili in viaggio nel Mediterraneo orientale. Da parte loro i pescatori di Gaza auspicano che anche la pesca possa ritornare agli antichi fasti e rappresentare una fonte di reddito per centinaia di famiglie.

«Sarà Israele a decidere il nostro futuro così come ha segnato il nostro passato - avverte Salim Abu Shammalah, mentre ricopre di ghiaccio una cassetta di legno colma di pesce - vogliano credere in un futuro migliore ma temiamo di non poterci spingerci al largo come vorremmo fare e che le motovedette israeliane continueranno a pattugliare la costa».
Abu Shammalah viene da una famiglia di pescatori, ma negli ultimi anni ha dovuto alternare l'agricoltura alla pesca per poter sopravvivere. «In passato il mare mi garantiva 500-600 dollari al mese, era poco ma almeno potevo sfamare la mia famiglia. Negli due anni però ho toccato il punto più basso, appena 4-5 dollari al giorno e ora sono costretto a fare più lavori», aggiunge, continuando a pulire la sua piccola barca. Circa 1.500 famiglie di Gaza, che vivevano grazie alla pesca, negli ultimi anni sono state assistite dal Programma alimentare mondiale (Pam-Wfp). Prima dell'Intifada, Israele consentiva ai pescherecci palestinesi di spingersi fino a 20 miglia dalla costa. Una distanza che dopo l'inizio della rivolta è stata ridotta a 12 miglia, poi a nove, fino alle attuali tre.
Restrizioni che lo Stato ebraico ha giustificato con la necessità di impedire il traffico di armi, in particolare nel tratto di mare davanti alla costa di Rafah, al confine con l'Egitto. Nelle scorse settimane la stampa israeliana ha anche riferito del progetto per la costruzione, davanti alla costa di Gaza, di una barriera sottomarina che avrebbe il fine di impedire che gruppi armati palestinesi possano usare il mare per raggiungere lo Stato ebraico.
Le difficoltà del presente tuttavia non smorzano il cauto ottimismo che, grazie all'imminente sgombero delle colonie ebraiche di Gaza, comincia a far breccia anche nell'animo dei lupi di mare palestinesi. La speranza è che le relazioni con Israele possano migliorare con il passare dei mesi fino ad arrivare alla revoca delle attuali limitazioni alla pesca.
«C'è bisogno di una svolta, i pescatori chiedono un cambiamento che trasformi la loro vita di stenti in una esistenza dignitosa. E' vitale che i pescherecci tornino in alto mare dove il pesce è più abbondante e più pregiato», spiega Finn Otlung, dirigente di una associazione danese che per cinque anni ha assistito i pescatori di Gaza.
Naim Abu Hanun, 55 anni, è fiducioso. «Mio figlio - dice - aveva abbandonato la pesca, da qualche mese è tornato ad accompagnarmi. Vuol dire che c'è una atmosfera nuova che invoglia i più giovani a pensare al loro futuro e a dimenticare l'occupazione israeliana».
Roberto Ferri

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