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Sassi cavalcavia - Cassazione: lancio è tentato omicidio

ROMA - La Cassazione punisce con severità chi lancia sassi dal cavalcavia: anche se non ci sono vittime, per i supremi giudici, si tratta sempre di «tentato omicidio», oltre che di «attentato alla sicurezza dei trasporti». Il principio è stato affermato recentemente, lo scorso 25 gennaio, quando la Suprema Corte ha confermato la condanna - con rito abbreviato - a 4 anni e 4 mesi di reclusione per Simone Marangon (30 anni) di Casei Gerola (Alessandria), colpevole di aver lanciato, la mattina del 7 luglio 2003, un sasso del diametro di 12 cm. pesante 3 kg. dal cavalcavia 49 della Genova-Torino.
Solo la prontezza degli automobilisti evitò che ci fossero vittime e Marangon - riconosciuto anche da una sua ex insegnante - venne arrestato mentre tornava sul viadotto per recuperare gli occhiali da sole che aveva dimenticato.
Proprio occupandosi del suo caso, la Cassazione - sentenza 5436 - ha sancito che il lancio dei sassi dal cavalcavia «seppur non diretto, in ipotesi, a colpire singoli autoveicoli, è idoneo, per la non facile avvisabilità degli oggetti che cadono all'improvviso dall'alto o che comunque siano già giunti al suolo sulla carreggiata mentre i conducenti sono intenti ad osservare le macchine che precedono e seguono e per la consistente velocità tenuta generalmente dai conducenti in autostrada, a creare il concreto pericolo di incidenti stradali, anche mortali, al cui verificarsi, quindi, sotto il profilo soggettivo, deve intendersi diretta la volontà dell'agente».
Marangon - pur non avendo nulla a che fare con la 'banda dei sassì che il 27 dicembre 1996 uccise Maria Letizia Berdini - si appostò su un viadotto non lontano da quello della Cavallosa di Tortona. Essendo di bassa statura, fu visto sforzarsi nel cercare - alla fine riuscendovi - di «far superare al sasso una rete di recinzione alta m. 1,80 che era stata posta sul cavalcavia proprio per evitare il lancio dei sassi dopo l'episodio mortale della Cavallosa». L'imputato sostenne di «aver agito a causa delle sue condizioni di infelicità e solitudine dovute a problemi di disoccupazione e familiari, collegati anche alla morte di suo padre avvenuta 12 anni prima». In appello fu disposta la perizia psichiatrica, richiesta dalla difesa. Ma il perito concluse che il giovane «pur risultando affetto da ritardo mentale lieve e da disturbo passivo, aggressivo di personalità, era soggetto capace pienamente di intendere e volere e capace di stare in giudizio in quanto i predetti disturbi avevano rilevanza unicamente clinica e non anche psichiatrica».

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