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Scheda - «Chi» è Antonio Fazio

ROMA - Euroscettico ma protagonista di quella stabilità valutaria che ha consentito all'Italia di entrare nell'euro. Paladino delle riforme strutturali, a iniziare da quella previdenziale. Ciociaro di ferro, colto e appassionato lettore di Sant'Agostino e Tommaso Moro. Cattolico osservante, abituato a citazioni dotte, soprattutto in occasione delle considerazioni finali. Antonio Fazio, il Governatore di Bankitalia investito dalla 'buferà delle opa, sarà in ogni caso ricordato anche per essere stato l'ultimo a porre la sua firma sulle banconote in lira.
Fazio è uomo abituato alle battaglie. Ultima quella per mantenere in via Nazionale, oltre alle competenze in materia di stabilità e tutela del risparmio, anche quella sulla concorrenza nel settore creditizio. Un tema sul quale ha resistito all'assalto dell'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti, da sempre più propenso ad un'authority unica sul modello inglese.
Nato nel 1936 ad Alvito, in provincia di Frosinone, sposato dal 1978 con la signora Maria Cristina, cinque figli, Fazio si laurea in economia a Roma nel 1960 con una tesi di laurea sui rapporti tra evoluzione demografica e sviluppo economico. Immediatamente dopo la laurea ha vinto una delle borse di studio di specializzazione al servizio studi di Bankitalia. Fino al 1962 resta al servizio studi come istruttore per trascorrere poi un anno di approfondimenti teorici al Mit, sotto la guida del futuro premio Nobel, Franco Modigliani. Nel 1963 torna in Banca d'Italia, come esperto all'ufficio ricerche econometriche (dove collabora a mettere a punto il primo modello econometrico); nel 1966 scatta l'assunzione di ruolo e compie un nuovo ciclo di studi al Mit, sotto la guida di grandi economisti come Modigliani e poi Samuelson, Arrow, Phillips. Poi diventa capo dell'ufficio ricerche econometriche, dell'ufficio mercato monetario del servizio studi, vicedirettore nello stesso servizio studi (1972), poi direttore (1973) e infine nello stesso anno capo del servizio studi. Nel 1976 assume il grado di condirettore centrale continuando a dirigere il servizio studi sino al dicembre 1979. Dal 1980 è direttore centrale. L'ingresso nel direttorio di Via Nazionale, come vicedirettore generale, arriva nel gennaio 1982. Dal 1993, dopo le dimissioni di Ciampi, nominato presidente del Consiglio, diventa Governatore.
Sobrio, 'fedelè al panciotto e al completo d'ordinanza dei banchieri centrali, lo si può incontrare spesso in visita alla chiesa di San Claudio nel centro di Roma prima della messa vespertina, o nelle vicinanze dell'hotel Schweizerhof a Basilea durante la tradizionale passeggiata per fumare il sigaro nelle pause dei lavori della Bri.
Dopo la nomina a numero uno di Bankitalia il suo ruolo assume sempre maggiore importanza, anche in politica, indicato più volte come possibile guida ora di uno schieramento ora dell'altro, sulla scia di quanto avvenuto per altri esponenti della Banca d'Italia, da Einaudi a Ciampi a Dini. Negli ultimi anni la sua posizione è stata spesso avvicinata a quella del centrodestra, soprattutto quando sembra benedire le scelte economiche del Governo Berlusconi, non ancora insediato, parlando di un possibile nuovo miracolo economico. Lo fa leggendo nel 2001 le considerazioni finali, una sorta di messa cantata celebrata ogni 31 maggio alla presenza del gotha imprenditoriale, finanziario e politico.
Da allora però i rapporti con il Tesoro, guidato da Tremonti si sfilacciano fino ad arrivare alla rottura istituzionale con il gran rifiuto di Fazio a partecipare al Comitato per il credito e il risparmio convocato da Tremonti il 16 ottobre 2003. Appuntamento mancato preceduto da un botta e risposta durato mesi. Prima Fazio boccia alcune misure della Finanziaria 2003 appena varata dall'Esecutivo e definisce durante il Fmi di Dubai ancora una volta la riforma previdenziale solo un primo passo. La replica del ministro non si fa attendere e alle televisioni dice: «un conto è rispondere agli uffici studi, un conto ai cittadini. Un conto è governare, un altro è giocare con i computer». Tremonti rilancia: «se mi chiedono quali sono le cose da non fare certamente la prima è Basilea2; la seconda è Cirio, un'operazione i cui effetti economici hanno minato la credibilità di questo paese». Il caso Parmalat non è ancora scoppiato. Quando succede Tremonti va a passo di carica. Ma le divergenze sulla politica economica all'interno della Cdl portano al dimissionamento di Tremonti. Per il Governatore torna il sereno ma dura poco. I commissari Ue alla concorrenza e al mercato interno gli chiedono spiegazioni su presunte restrizioni alle banche straniere in Italia. Al Forex di Modena risponde che questo non è vero. Anzi, semmai il mercato italiano è il più aperto. Poi fa una passeggiatina nel centro della città emiliana, insieme a Gianpiero Fiorani ed Emilio Gnutti.

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