Sabato 15 Dicembre 2018 | 16:48

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Cgil: è allarme precarizzazione

ROMA - Una crescita del numero dei lavoratori precari che non ha riscontro con quanto avviene negli altri Paesi europei. E' quanto emerge dall'inchiesta NIdiL-Cgil «Lotta alla precarietà, diritti e welfare nel lavoro atipico».
Il rapporto ha quantificato per la prima volta, senza affidarsi a stime, il numero dei lavoratori collaboratori: nel 2003 risultavano essere 1.785.856, per un reddito medio di 10.063 euro lordi l'anno. Il dato, sottolinea la Cgil, rende evidente l'inesattezza delle stime del governo, secondo cui i collaboratori sarebbero 400mila.
Nel 2004 in Italia il 70% della nuova occupazione ha riguardato lavori precari e discontinui. Inoltre, contrariamente a quanto si crede, il lavoro precario non è più una modalità di ingresso nel mondo del lavoro, ma interessa un'ampia fascia di persone fra i 30 e i 44 anni (44,7%). Diffuso soprattutto al Nord (63%, anche se il dato sul Sud è falsato dalla vasta area del sommerso), il lavoro precario riguarda nel 54% dei casi le professioni intellettuali e tecniche, dunque qualificate: mentre solo il 6,5% dei precari svolge professioni non qualificate.

Il rapporto della Cgil mette in evidenza anche come il lavoro dei collaboratori, che formalmente sono autonomi, sia molto simile se non identico a quello dei lavoratori dipendenti, se non fosse che costano alle aziende il 40% in meno. L'89% dei collaboratori lavora per una sola azienda, il 78% lavora in ufficio e il 61% non può decidere autonomamente l'orario di lavoro. Infine, a due anni dall'entrata in vigore della legge Biagi, i vecchi co.co.co sono stati «travasati» nella categoria dei co.co.pro., mentre solo una minima quota è riuscita a passare al lavoro dipendente: la possibilità di ascesa sociale si è dunque ulteriormente ridotta. Coloro che nel 2004 lavoravano come collaboratori, lo erano anche un anno prima nel 74,7% dei casi, il 12,6% era dipendente e l'11,4% prestatore d'opera occasionale. Situazione simile per i collaboratori del 2003: un anno dopo l'88,2% è rimasto nella stessa situazione, mentre solo il 4,9% ha avuto un contratto a tempo indeterminato e il 3,9% a tempo determinato.
I lavoratori atipici, denuncia la Cgil, ha ancora troppe poche tutele sociali: la legge 30 ha introdotto alcuni obblighi (come misure minime su malattia e maternità), ma «non sufficienti». E, per quanto riguarda le pensioni, dopo 40 anni di contributi gli attuali collaboratori arriveranno a percepire 440 euro al mese.

A fronte di questa situazione, la richiesta della Cgil, espressa dal segretario generale NIdiL Emilio Viafora, è «una nuova legislazione sul lavoro per abrogare l'impianto normativo alla base della legge 30, che confermi la centralità del lavoro a tempo indeterminato come tipologia ordinaria dei rapporti di lavoro».

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