Domenica 16 Dicembre 2018 | 00:05

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Castelli: non firmerò mai la grazia a Sofri

ministro Castelli PONTIDA (BERGAMO) - E' uno dei leader più amati dal popolo leghista per le sue battaglie contro il mandato di cattura europeo, per le prese di posizione non sempre leggere nei confronti della magistratura e per la linea della fermezza sulla grazia ad Adriano Sofri. Così il ministro della Giustizia Roberto Castelli, nel giorno del ritorno di Umberto Bossi, riceve proprio dal capo indiscusso del Carroccio, il 'graziè per tutte le battaglie portate avanti in questi anni.
Tocca proprio a lui, tra i leader leghisti, parlare dopo Bossi. La scaletta, rispetto alle altre Pontida, è stata ribaltata. Bossi aveva sempre parlato per ultimo dopo la sfilata dei segretari delle Leghe e dopo i ministri. Nel giorno del grande ritorno, però, nessun ministro ha preso la parola. Tranne Roberto Castelli. Non ha parlato Maroni, che nei giorni scorsi ha lanciato l'idea del referendum contro l'euro, e non ha parlato Roberto Calderoli, che ha sostituito Bossi al Ministero per le Riforme e che è l'anima dell'organizzazione di Pontida.
Castelli invece, è stato addirittura presentato da Umberto Bossi al termine del suo intervento. Un'investitura particolare ricevuta dal ministro di Giustizia sul prato 'sacrò di Pontida? Non sembra. Nel giorno del rientro del 'capò e delle grandi emozioni è solo stato deciso in questo modo, forse anche per accelerare i tempi della manifestazione che, per Bossi, è stata indubbiamente faticosa.
Castelli, che nei comizi infiamma i leghisti, e che è l'unico a vestire con giacca e cravatta, inizia a modo suo: «Ti saluto popolo padano. Ti chiamo così perchè è il tuo nome. Sei qui con Umberto Bossi che è la tua testa, il tuo cuore e lo spirito di tutti noi».
Dopo la premessa degli affetti, dai toni un po' epici come piace ai padani abituati così da Bossi nei comizi-fiume di un tempo, Castelli è passato ai temi propri di sua competenza, descrivendo il 'mondo alla rovescià, dove chi delinque torna in libertà facilmente e dove i responsabili dell'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi pensano che la loro libertà sia un diritto. «In questo mondo alla rovescia - ha detto Castelli - le vittime vengono subito dimenticate. Ricordiamoci che Abele è il commissario Calabresi». Fatta la premessa, conseguente è l'attacco al cosidetto mondo alla rovescia fatto «dalla sinistra e dai masso-comunisti che vogliono la libertà anche per chi ha ucciso».
Nel suo discorso non ha mai citato il nome di Adriano Sofri. E' stato però ugualmente esplicito. Detto che Calabresi è Abele, ovvio che Caino sia l'ex leader di Lotta continua: «Quando ha saputo che c'era la possibilità della grazia ha scritto che era ora e che era un suo diritto». Solo dopo, lasciando il pratone, spiegherà che i suoi rapporti con il presidente della Repubblica Ciampi, con il quale c'è il conflitto sul potere di grazia, sono ottimi. Dal palco invece ha detto: «La sinistra vuole che vengano liberati gli assassini. Io non sono d'accordo».
Castelli è ritornato alla polemica sulla controfirma della grazia per la quale Ciampi ha chiesto l'intervento della Corte costituzionale: «Lungi da me coartare le azioni di chicchessia. Ma se qualcuno vuole prendere decisioni di un certo tipo deve assumere le proprie responsabilità davanti al popolo». Per spiegare meglio il suo pensiero, prima di lasciare Pontida, ha anche aggiunto: «La mia posizione in materia è talmente all'interno della Costituzione che deve ora esprimersi la Consulta».
Sono applausi scroscianti per Castelli che tocca le corde leghiste sui temi della giustizia: «Non è giustizia chi scioglie un bambino nell'acido e dopo pochi anni torna libero e viene mantenuto dallo Stato. Non è giustizia che chi ha stuprato e ammazzato ritorna libero e ammazza e stupra ancora. Non è giustizia perchè se c'è una persona che ammazza per legittima difesa entra in un calvario senza fine». Contro questa giustizia Castelli spiega di avere lottato anche in Europa per difendere le idee delle persone come i leghisti «e quelle di una scrittrice italiana che scrive la verità». Chiaro il riferimento a Oriana Fallaci. Ancora applausi.

Paolo Barbieri

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