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L'Afghanistan, un Paese colpito dall'oltraggio al Corano

ROMA - Nell'ultima settimana dall'Afghanistan - dove oggi è stata rapita la cooperante italiana Clementina Cantoni - si è levato violento dalle piazze il grido di dolore e di protesta contro le notizie di dissacrazione del Corano commesse da soldati Usa durante gli interrogatori dei detenuti islamici nel carcere di Guantanamo.
Un grido tanto forte da provocare la morte di almeno sette persone e il ferimento di una ventina di manifestanti. Nell'intero paese la protesta di piazza ha assunto una violenza tale che non si vedeva dall'invasione americana del 2001. Alcuni leader religiosi hanno minacciato di chiamare la popolazione alla Jihad, la Guerra santa, se Washington non consegnerà ad un governo islamico i responsabili della violazione.

La parziale marcia indietro - ieri - del settimanale «Newsweek», autore della rivelazione della profanazione del Testo sacro all'Islam sul numero datato 2-9 maggio, forse non basterà a calmare gli animi del popolo afghano.
«Non ci faremo ingannare da ciò - ha detto il mullah Sadullah Abu Aman della provincia del Badakhshan (nord) - è certo una decisione provocata dalle pressioni americane per salvarsi la faccia. Anche un contadino analfabeta lo capisce e lo rifiuta».

Più passa il tempo, più le dichiarazioni ufficiali delle autorità musulmane ed arabe mischiano le tinte dello sdegno a quelle dell'allarme e della preoccupazione per il futuro dei rapporti fra Occidente e mondo islamico. Allarme che, al di là dei convenevoli diplomatici, investe il controllo dell'ordine pubblico e della sicurezza in quelle parti del mondo, dal Medio Oriente moderato fino all'Afghanistan stesso, dove gli americani stanno progettando di gettare i semi della democrazia e della moderazione, proprio per arginare e togliere concime all'integralismo islamico.

Un allarme percepito, forse con un po' di ritardo, anche dall'amministrazione Usa: la Segretario di stato Condoleezza Rice, piombata ieri a sorpresa in Iraq e che nei giorni scorsi aveva si era rivolta ai musulmani dicendo che «mancanze di rispetto per il Corano non saranno tollerate negli Stati Uniti», ha espresso la necessità di «agire rapidamente» per «limitare i danni» nel mondo islamico.
Una preoccupazione condivisa dal Consiglio del Golfo (che raggruppa le monarchie petrolifere arabe), una delle voci ufficiali di protesta accavallatesi che ha chiesto «le punizioni più severe» nei confronti degli autori della profanazione, che rischia di «alimentare l'odio tra le religioni» e di vanificare gli sforzi di dialogo fra religioni e «la pace e la sicurezza internazionale».
Di toni simili erano stati, nei giorni scorsi, i messaggi di condanna della Lega araba o di altri «amici» degli Usa, come l'Arabia saudita, il Pakistan e ancora l'Afghanistan di Hamid Karzai.

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