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La morte di Calipari solo un incidente, ma sul come è successo diverse ricostruzioni

ROMA - La pattuglia americana ha sparato contro l'auto su cui viaggiava Nicola Calipari, uccidendolo, nonostante la vettura procedesse a bassa velocità: a provarlo ci sono testimonianze concordi ed altri «elementi fattuali», mentre nulla prova il contrario.
Le foto satellitari? «Non esistono».
Ed ancora: i militari Usa, che non sapevano dell'arrivo dell'auto con gli italiani a bordo, forse si sono spaventati, forse hanno agito troppo precipitosamente e a poco serve chiedersi se hanno rispettato regole d'ingaggio che, per quella specifica situazione, di fatto non stanno scritte da nessuna parte.

Sarebbero queste, secondo indiscrezioni, alcune delle «evidenze» contenute nella relazione italiana sull'incidente che ha provocato la morte di Nicola Calipari. Perchè di incidentè si tratta, su questo non c'è alcun dubbio. Ma poteva essere evitato, come molti di quelli, analoghi, che hanno visto come protagonisti attivo i militari americani in Iraq.
Un lungo elenco di casi, che fa parte dei numerosi allegati della relazione italiana, che sarà resa nota nei prossimi giorni: ci sono anche dei filmati, come quello in cui un comandante rimprovera dei soldati che hanno appena ucciso un incolpevole iracheno conducente di un camion.

L'ambasciatore Ragaglini e il generale del Sismi Campregher, che hanno partecipato ai lavori della commissione d'inchiesta, hanno dovuto affrontare un lavoro difficile. Quando sono giunti a Baghdad gli Usa avevano già fatto una loro inchiesta e la «scena del delitto», come direbbe un investigatore della scientifica, era completamente contaminata. Per meglio dire, non c'era più nulla. Ai componenti della Commissione, tuttavia, Giuliana Sgrena e il funzionario del Sismi che era alla guida dell'auto hanno ripetuto in modo concorde la versione di sempre: e cioè che l'auto aveva rallentato imboccando un sottopassaggio allagato e che la velocità è stata poi ulteriormente ridotta per degli ostacoli sulla carreggiata e perchè c'era da affrontare una curva a gomito. All'uscita di questa curva hanno visto una luce e poi udito gli spari. Nessun avvertimento da parte della pattuglia americana: dicono di aver fatto un segnale con una penna laser, ma nessuno l'ha visto, neppure quando la scena è stata ripetuta.

Di fronte a questi «elementi fattuali», non ci sarebbero prove del contrario. La rete tv Cbs parla di un satellite spia che avrebbe visto tutto, confermando l'eccessiva velocità della vettura: ma - secondo quanto si è appreso in ambienti dell'intelligence - non ci sarebbe alcuna immagine satellitare utilizzabile a questo scopo, anche perchè quel giorno piovigginava ed era nuvoloso. Così come non esisterebbero intercettazioni utili ai fini della ricostruzione dei fatti: «niente fretta di tornare a casa per far apparire l'ostaggio liberato a Sanremo o stupidaggini del genere», dice una fonte qualificata. E del resto nè immagini satellitari, nè testi di intercettazioni, farebbero parte del rapporto che gli Usa renderanno pubblico nei prossimi giorni.

Tutto questo per quanto riguarda il capitolo «velocità».
Ma la pattuglia Usa ha rispettato le regole di ingaggio? Per stabilirlo, i componenti italiani della Commissione d'inchiesta si sono innanzitutto chiesti che tipo di pattuglia era quella che ha sparato contro la Toyota Corolla. La risposta da parte degli Stati Uniti era che non si trattava di un vero check point fisso - che deve essere ben visibile e rispettare precise regole - ma di un blocking point, cioè una sorta di posto di controllo itinerante. E le sue regole d'ingaggio non sarebbero scritte in modo specifico in nessun documento: valgono quelle previste in generale per il teatro iracheno con delle integrazioni che vengono comunicate a voce ai soldati.

Della presenza della pattuglia in quel posto non era a conoscenza nemmeno l'ufficiale americano di collegamento presente all'aeroporto di Baghdad.
I militari della pattuglia Usa avrebbero ripetuto di aver fatto una serie di segnalazioni ed esploso colpi di avvertimento. Così ha detto anche quello che ha sparato, il cui nome è noto ai componenti italiani della Commissione, che sono però tenuti al segreto militare e che, a quanto si è appreso, non potranno comunicarlo ai magistrati romani che indagano per omicidio. Sul punto, Giuliana Sgrena, il maggiore che era alla guida dell'auto e il capocentro del Sismi che era in collegamento telefonico con quest'ultimo al momento dell'incidente, confermano invece la simultaneità tra la luce del faro e l'esplosione dei colpi.
Per quanto riguarda, infine, il problema delle comunicazioni tra italiani e americani a proposito dell'operazione in corso, nessuna delle due parti lo considera un fattore rilevante.

«E' normale - viene sottolineato - che un'operazione del genere venga condotta in modo riservato. E comunque l'ufficiale di collegamento era al corrente che la vettura italiana stava tornando in aeroporto». Secondo la fonte «non è importante chi ci fosse a bordo. Potevano esserci solo gli operatori, come successo molte altre volte. Ma mai gli è stato sparato addosso».

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