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Spazio: il difficile riadattamento alla gravità

Spazio - Il recupero dell Una scena ormai consueta, unita all'impeccabile organizzazione russa che si occupa del recupero a terra delle Sojuz. Da quasi quarant'anni, cioè da quell'infelice recupero del cosmonauta Komarov, primo sfortunato collaudatore di una Sojuz, il 23 aprile 1967, le fasi del recupero a terra, , dei cosmonauti nella steppa del Kazakhistan, con elicotteri, ambulanze e squadre di tecnici e medici, accompagna la conclusione delle missioni russe con equipaggio.
Anche la scorsa notte, al recupero notturno della quinta nave spaziale Sojuz di terza generazione, con a bordo il nostro Roberto Vittori, l'americano Leroy Chiao e il russo Salizhan Sharipov, abbiamo assistito ai "barellieri" in soccorso ai reduci dallo spazio. Qualcuno ha anche pensato che possa essere preoccupante il fatto che i cosmonauti vengano recuperati in barella, e che appena usciti dalla piccola e rudimentale (anche se pur sempre affidabile capsula russa), stiano fermi e immobili seduti su una poltroncina alzando vagamente le braccia per salutare.
Niente di preoccupante, e tutto rientra nella normalità. Anzi, il problema è proprio il riadattamento alla "normalità" dei canoni terrestri che provoca questa situazione di disagio, che però non nasconde alcun tipo di danno particolare al fisico degli astronauti.
Dopo sei mesi trascorsi in assenza di peso (o relativa assenza di gravità) infatti, l'astronauta russo e quello americano hanno dovuto semplicemente pagare il dazio del riadattamento alla gravità, dopo mesi e mesi vissuti in condizioni in cui tutta la massa corporea è come se fosse stata dolcemente sospesa e rilassata, ed è proprio per questa ragione che un astronauta è assolutamente obbligato a fare almeno 2 ore di esercizi ginnici ogni giorno sulla stazione spaziale.
Il decadimento, lento e progressivo, della struttura ossea e l'indebolimento muscolare infatti, ricordano la situazione del malato che resta per lungo tempo in un letto straordinariamente comodo, senza muoversi, e dove ogni parte del corpo, anche la più piccola molecola, resta sospesa.
È un test che si può fare, quindi, anche a terra. Ed è per questa ragione che alcuni anni fa alcuni volontari si sottoposero ad un test, in vista di futuri viaggi a Marte, di molti mesi anni sdraiati su un letto; proprio per notare le reazioni del corpo al rientro da una missione così lunga. E comunque, le missioni durate fino a 14 mesi dei cosmonauti russi sulla stazione "Mir", negli anni scorsi, hanno dimostrato che l'uomo può resistere per così tanto tempo; e il loro recupero a terra fu ben più difficile di quello dei protagonisti attuali di sei mesi in orbita.
Durante un volo spaziale, specie se di lunga durata, alcuni piccoli cambiamenti riguardano anche il sistema cardiovascolare, il sistema endocrino, e quello che riguarda i fluidi esistenti nei tessuti del corpo. L'uomo comunque continua sempre a studiare le proprie condizioni psico-fisiologiche nello spazio, come dimostrano i continui studi in questo settore, compresi i test condotti durante la missione "Eneide".
Ovvio quindi che, nonostante gli esercizi fisici, che sono necessari perché altrimenti la struttura ossea e muscolare risentirebbe in maniera ben peggiore all'assenza di peso e al riadattamento, gli astronauti appena rientrati abbiano difficoltà. Ma è una situazione che, secondo tutti coloro che l'hanno vissuta, si recupera rapidamente, da un minimo di 3 ad un massimo di 5 giorni, a seconda di quanto tempo si è rimasti nello spazio. Il riadattamento, per coloro che hanno trascorso molto tempo in orbita, prevede poi una serie di accorgimenti di ristabilizzazione totale, che anch'essi rientrano nel normale programma medico di recupero fisico.
Ed ecco perché già oggi, alla discesa dalla scaletta dell'areo che li ha riportati a Mosca, Chiao e Sharipov si tenevano con il braccio destro al mancorrente, mentre il nostro Vittori scendeva tranquillo: sei mesi in orbita infatti lasciano il segno in modo diverso rispetto a dieci giorni.
«Nei primi giorni, quando mi coricavo su un letto - ricorda Jerry Carr, dello Skylab 4, che battè assieme a Pogue e Gibson il record di tre mesi in orbita nel 1974 - avevo la sensazione di avere un macigno al posto della testa, e la sensazione era che la testa mi scivolasse all'indietro. Ma recuperammo la condizione fisica tutti e tre in breve tempo: fu difficile solo all'inizio».
«Mi sentivo una sensazione di affaticamento nei movimenti - ricorda invece il nostro Umberto Guidoni, primo europeo ad abitare la stazione spaziale - camminavo con passo malfermo e tutto mi sembrava pesante. Il recupero però avvenne gradualmente e in breve tempo tutto tornò alla normalità».
Mal di spazio, dunque? No, solo riadattamento e, come ricordano i medici aerospaziali, recupero più o meno veloce a seconda dell'individuo.
Antonio Lo Campo

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