Sabato 15 Dicembre 2018 | 19:15

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L'Est ortodosso

MOSCA - Karol Wojtyla è riuscito ad aprirsi la strada in molti paesi dell'Est ortodosso ed tuttavia ha lasciato al suo successore il tratto più importante e impervio, quello di raggiungere Mosca.
Il perchè è semplice: di nuovo sulla cresta dell'onda dopo il crollo di un regime comunista che per oltre settant'anni ha promosso l'ateismo, il mondo ortodosso considera la Santa Russia un esclusivo terreno di caccia e grida all'indebito proselitismo davanti alle azioni pastorali dei cattolici all'interno del proprio «territorio canonico».
Per bocca del suo massimo leader, Alessio II, e degli altri dirigenti, il patriarcato di Mosca non poteva in effetti essere più esplicito: ha chiesto a muso duro che il prossimo Papa «freni l'attività missionaria cattolica in Russia». Come dire che Giovanni Paolo II invece non l'ha fatto.
«Scambi di belle parole e di doni non sono sufficienti. Ci vuole - ha dichiarato tagliente padre Igor Vizhanov, portavoce del Patriarcato - un vero cambiamento dell'attuale politica». E ha auspicato che il successore di Giovanni Paolo II «limiti lo zelo missionario dei cattolici di rito greco in Ucraina, uno zelo che provoca soltanto conflitti».
Come se non bastasse, Padre Igor - che prevede tempi molto lunghi, calcolabili in decenni, per un vero riavvicinamento tra le due chiese - ha contestato apertamente l'arcivescovo di Mosca Tadeusz Kondrusiewicz persino sul numero dei cattolici all'interno della Russia: macchè 1,5 milioni (e cioè l'un per cento di una popolazione di 105 milioni di abitanti), a suo avviso non ce ne sarebbero più di centomila. Come a dire che sono pochissimi e dovrebbero imparare a rimanere al posto loro. Questi attriti - spesso occultati da una patina di reciproca diplomazia - hanno profondamente avvelenato i rapporti tra ortodossi russi e cattolici al punto tale che a Giovanni Paolo II - la settimana scorsa paradossalmente esaltato a Mosca per il suo contributo al crollo del comunismo - è stato impedito l'agognato viaggio nella Russia post-sovietica.
Ma non è tutto: l'arcivescovo Kondrusiewicz ha da parte sua lamentato una serie di discriminazioni da parte dello stato post-comunista russo, che fiancheggia in modo aperto il Patriarcato ortodosso e in cambio ne ottiene il prezioso sostegno.
L'arcivescovo ha denunciato il fatto che non riesce ad esempio ad aprire una terza chiesa a Mosca, dove vivono circa 65.000 cattolici, «perchè ci imbattiamo sempre in un muro di gomma da parte della autorità».
A detta dell'altro prelato i cattolici hanno uno status di serie B: sono considerati «una confessione non tradizionale» malgrado siano presenti in Russia «con chiese e monasteri» dal dodicesimo secolo. Non hanno nemmeno diritto di rappresentanza nel Consiglio interconfessionale della Russia, che fa da interfaccia al potere politico e dove hanno trovato posto unicamente le quattro religioni «tradizionali» (ortodossi, ebrei, musulmani e buddisti).
Anche il presidente Vladimir Putin ha confermato a modo suo - disertando i funerali di Giovanni Paolo II - che molta strada deve essere fatta nei rapporti tra l'universo cattolico e un mondo dove nel quadro di una ricostruzione dell'identità nazionale (si potrebbe anche dire nazionalista...) si tende di nuovo a considerare sinonimi le parole russo e ortodosso.
Mosca a parte, Wojtyla è riuscito a rendere più sereno il clima in altri paesi dell'Est ortodosso, grazie ai suoi coraggiosi e frequenti «mea culpa», tra cui anche quello sul sacco di Costantinopoli da parte dei crociati. Così per lui, primo papa di Roma dopo lo scisma del 1054, si sono aperte le frontiere della Romania nel 1999 e poi, in successione, della Georgia, dell'Armenia, della Grecia dell'Ucraina e della Bulgaria, tutti paesi a stragrande maggioranza ortodossa, dove però vivono complessivamente 7-8 milioni di cattolici (concentrati sopratutto in Ucraina e Romania). Un atteggiamento di ostilità totale è rimasto da parte di Belgrado che ha sempre accusato la Santa Sede di aver contribuito ad innescare la guerra nell'ex Jugoslavia con il suo precipitoso riconoscimento della Croazia cattolica.
Nel Pontificato di Wojtyla sono mancati atti risolutivi verso un'effettiva riunificazione tra cristiani d'occidente e d'oriente. Una prospettiva che, allo stato attuale delle cose, appare lontana e improbabile. Il cammino per papa Ratzinger sarà lungo e in salita.

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