Venerdì 14 Dicembre 2018 | 15:29

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L'Asia

ROMA - Nel continente che ospita la metà dei sei miliardi di popolazione mondiale, i cattolici, e i cristiani in generale, sono una minoranza, spesso perseguitata, sovente non integrata, degli alieni alla cultura e alla tradizioni dell'Oriente.
Con l'eccezione delle Filippine, che già colonie spagnole contano circa 65 milioni di cattolici, i giganti dell'Asia sono rimasti sostanzialmente impermeabili al proselitismo degli inviati del papa: 6 milioni in Indonesia su una popolazione di 320 milioni, 17 milioni in India su oltre un miliardo di persone, dieci milioni in Cina, su un miliardo 300 milioni di abitanti. In proporzione ne conta di più il Vietnam - oltre cinque milioni su 81 - pur non avendo neanche Hanoi rapporti con il Vaticano.
L'aspetto politico e quello culturale sono inscindibili. Troppo distanti le concezioni filosofiche, troppo diversa la visione dell'uomo, della vita, della natura. Troppo forti le religioni tradizionali locali, radicate nelle popolazioni da millenni, influenzate dallo sciamanesimo. A ciò si aggiunge che i missionari sono arrivati come dovunque al seguito delle forze occupanti, ma in Asia gli Stati sono antichi quanto e più di quelli europei, e spesso chiusi alle penetrazioni straniere.
Il grande cruccio di Giovanni Paolo II è stata la Cina. Un miliardo e trecento milioni di anime, che il Partito comunista, al potere da oltre cinquant'anni, non ha nessuna intenzione di mettere a disposizione di una potenza straniera, come è percepito il Vaticano. A Pechino il papa - l'Imperatore della dottrina, jiaohuangti - non era per il Figlio del cielo e non è oggi per il Segretario del Pcc un capo spirituale, è un sovrano che chiede ai credenti una fedeltà per il Partito impossibile da concedere.
Vaticano e Cina non si sono mai amati. Nè mai capiti. La Santa sede, dicono i gesuiti, perse la Cina nel momento in cui quattrocento anni fa si rifiutò di seguire i suggerimenti di Matteo Ricci di non condannare come idolatria i riti per gli antenati. I missionari furono cacciati e solo nel Diciannovesimo secolo la Francia ne ottenne il ritorno, con uno dei molti trattati imposti alla dinastia dei Qing in decadenza. Nel 1900, la rivolta dei Boxer li prese di mira, incoraggiata dal governo che doveva deviare l'insoddisfazione, per la corruzione, le carestie, la fame, la povertà. Centinaia di missionari, di cristiani e cattolici, inclusi donne e bambini cinesi, vennero torturati e uccisi.
Nel 2000 Giovanni Paolo II consacrò 120 santi, per lo più martiri della Rivolta dei Boxer. E Pechino si infuriò per la beatificazione di questi «criminali». I rapporti tra la Cina comunista e la Santa sede, mai allacciati, subirono un ulteriore arresto. E la presenza ai funerali di Wojtyla del presidente di Taiwan Chen Shui-bian - il Vaticano è uno dei 25 paesi al mondo a riconoscere il governo dell'isola considerata da Pechino suo territorio - non agevola il dialogo.
La comunità cattolica cinese è divisa tra una chiesa ufficiale, controllata dal Partito, e una clandestina, ancora perseguitata per la sua fedeltà al papa. Pechino non accetta i rapporti del Vaticano con Taiwan e non permette al papa di ordinare il clero. A Papa Ratzinger il difficile compito di ricreare un rapporto, finora esclusivamente di diffidenza se non guerra aperta.
OCEANIA - Benchè accorpata per comodità geografica spesso all'Asia, è un mondo completamente a parte anche dal punto di vista del Vaticano. In Oceania vivono circa 8 milioni di cattolici su una popolazione complessiva che oltrepassa i 30 milioni di abitanti. Qui, i problemi della Chiesa sono quelli del più vasto e inquieto occidente: i fedeli chiedono una maggiore democrazia interna, una revisione su molti aspetti della dottrina morale in materia sessuale (rapporti pre-matrimoniali, contraccezione), l'accesso ai sacramenti dei fedeli divorziati. Taluni vescovi, nel sinodo dedicato all'Oceania svoltosi nel 1998 in Vaticano, tentarono di farsi interpreti di tali esigenze, ricevendo però per risposta severi rimproveri e richiami all'ordine da parte del Papa e della Curia.
Barbara Alighiero

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